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LETTURE/ Edith Wharton, qual è la vera pace cui può ambire una donna?

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Gli usi, i costumi, i riti sociali di quella che potremmo definire una "tribù di lusso" (ovvero il milieu dei ricchi newyorkesi discendenti per larga parte dai primi coloni olandesi) vengono radiografati, sviscerati con lo sguardo obiettivo e scientifico che l'autrice sa rivolgere sul cuore dei suoi personaggi come pure sui loro atteggiamenti morali. Ecco per esempio che la personalità di Chris, che pure è stato il grande amore di Kate, e per il quale la protagonista nutre ancora dei sentimenti, viene così raggelantemente colta, quasi si trattasse una farfalla bloccata per l'eternità sul puntaspilli da parte di un attento entomologo: "Povero Chris! Non che fosse un 'dissoluto', ma aveva un assurdo bisogno di emozioni; non faceva che ripeterle che un artista deve provare emozioni. Lei trovava difficile conciliare quel che per lui era uno stimolo con gli altri suoi gusti e le altre sue idee, con quell'arguto gioco dell'intelligenza che la tratteneva in un'aria mai respirata prima. Esser capace di quei giochi della mente, di quei voli di fantasia, e nonostante ciò avere bisogno del gioco d'azzardo, dei casinò, delle compagnie chiassose, di tutte quelle attività inventate per ammazzare il tempo proprie delle persone letargiche e senza fantasia!" (pp. 23-24).

E anche se con la sua protagonista, Edith Wharton non fa sconti, di nessun tipo, a partire da quelle operazioni di cosmesi linguistica, a volte necessarie per la pura sopravvivenza, che spesso ci si impone da sé: "Sì, era trascorso parecchio tempo (…) da quando aveva 'perso' Anne: 'perso' era l'eufemismo che si era inventata (così come gli Antichi chiamavano 'Benevole' le Furie) perché una madre non può confessare, nemmeno alla parte più intima di sé, di avere abbandonato volutamente la figlia" (p. 21). 

Non si arriva qui alla spietatezza, mista di crudeltà e insieme di compassione, con cui l'autrice esplorava l'animo e i pensieri di Lily Bart, la sfortunata protagonista della Casa della gioia, una ragazza da marito (pertanto paragonabile a un oggetto di lusso, bello, fragile e costoso, da piazzare, prima che si deteriori irrimediabilmente, all'acquirente più ricco), la quale, per sopportare senza impazzire la sua precaria condizione, sempre esposta alla mercé dell'approvazione sociale e morale del suo milieu, deve mentire sempre, anche fra sé e sé, ragion per cui Lily "era sempre attentissima a salvare le apparenze di fronte a se stessa. La sua raffinatezza aveva un corrispettivo morale, e quando faceva un giro d'ispezione nella sua mente, c'erano sempre porte che stava ben attenta a non aprire" (La casa della gioia, Neri Pozza, 2014, p. 124). 

Insieme ai personaggi in carne e ossa, però, c'è un altro non meno importante actor nel romanzo: la casa dei Clephane, la dimora austera e monumentale, segno tangibile della loro opulenza (quella ricchezza che Anne, per un certo periodo, crede rappresenti l'unico e vero ostacolo al suo matrimonio con Chris), testimone delle passioni, dei dissensi, dei rancori del passato: a questa enorme magione, come a tutte quelle degli amici e parenti dei Clephane, Edith Wharton dedica acute annotazioni, come del resto si conviene all'autrice di The Decoration of House, 1897, scritto a quattro mani con Ogden Codman come atto d'accusa contro il conformismo dell'America di fine secolo che si esprimeva in scelte stereotipate ed imitatrici dei modelli europei.



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