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LETTURE/ Giornata dei Giusti, la memoria del bene non ha padroni

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Rocco Chinnici (D) (1925-1983) con accanto il giovane Giovanni Falcone (Immagine dal web)  Rocco Chinnici (D) (1925-1983) con accanto il giovane Giovanni Falcone (Immagine dal web)

Nel 2012 il Parlamento europeo ha istituito "La giornata europea dei Giusti" (European day of the Righteous) su proposta di Gariwo, acronimo di "The Gardens of the Righteous Worldwide" — "La foresta dei Giusti", una Onlus promossa e presieduta da Gabriele Nissim — per commemorare coloro che si sono impegnati pubblicamente contro i crimini contro l'umanità e contro ogni totalitarismo, assumendosi responsabilità e rischi personali. Riprendendo e allargando il concetto di "giusto" elaborato da Moshe Bejski, presidente della Commissione dei Giusti di Yad Vashem — il Museo dell'Olocausto fondato nel 1953 a Gerusalemme — la giornata viene celebrata ogni anno il 6 marzo, anniversario della morte di Moshe Bejski. Yad Vashem  significa "un memoriale e un nome", espressione tratta dal Libro di Isaia 56,5, in cui Dio promette: "concederò nella mia casa e dentro le mie mura un memoriale e un nome … darò loro un nome eterno che non sarà mai cancellato". 

Quella del 2015 è la terza giornata. Qual è la filosofia della giustizia che sta dietro a queste iniziative, a metà tra cronaca e storia, tra società civile e politica, tra comunicazione e educazione? "I giusti" sono persone che hanno scelto di compiere atti di bene, qui e ora, contro il male che c'è nel mondo e che è coessenziale alla storia umana. Non sono degli eroi, qualche volta non sono neppure degli stinchi di santi. Non credono di essere capaci — e non promettono — di liberare l'umanità dal dolore, dall'ingiustizia, dall'oppressione. Semplicemente hanno deciso di esercitare la propria responsabilità nell'ambito della cerchia di libertà in cui ciascuno è sovrano, quella che Vaclav Havel definiva "il potere dei senza potere". Non credono che l'uomo sia un angelo, ma neppure una bestia feroce, non credono che il loro Dio sia l'unico possibile né, in ogni caso, che lo si possa arruolare al proprio fianco per le proprie battaglie, neppure di quelle condotte a fini di liberazione umana. No, Dio non è con noi: nessun "Gott mit uns". Dio, nell'interpretazione della Kabala ebraica, ha reso gli uomini protagonisti della creazione: si è ritirato, lasciando le sorti del mondo nelle loro improbabili mani. La creazione è una condivisione tra Dio e l'uomo, nella quale l'uomo sceglie di esercitare la propria parte di sovranità. Nel cristianesimo l'uomo ha la libertà di chiudere la porta al Dio che bussa. Non così nell'islam, che si traduce, appunto, con "sottomissione".

Questa visione della collocazione e del destino dell'uomo nel mondo non è affidata, qui, alla teologia morale o alla filosofia politica o alla predicazione etica. Gariwo ci invita a sperimentarla nell'incontro fisico o simbolico con dei testimoni, con dei "giusti" che vivono o hanno vissuto i drammi e la ferocia del nostro tempo, continuando ad avere fiducia nel "nucleo buono" che sta racchiuso in ciascun essere umano, pur avendo una realistica consapevolezza della sua fragilità. 



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