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LETTURE/ Dalle lacrime di D'Annunzio al "cuore" dell'Innominato di Manzoni

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Gabriele d'Annunzio (D) con Benito Mussolini (Immagine dal web)  Gabriele d'Annunzio (D) con Benito Mussolini (Immagine dal web)

Ci voleva, a rendere credibile Leopardi, il più psichedelico di tutti, per dire che no, l'insufficienza del piacere non nasce perché si gode poco, ma anche — e ancor di più — quando si gode molto. Che anche se Silvia fosse stata Elena, anche con una gobba in meno e una costola in meno, sopra un aereo o dietro una siepe, il problema rimane tale e quale. A garantirlo è Gabriele d'Annunzio, siffrediano (più che freudiano) della prima ora: «Andrea Sperelli si rituffò nel Piacere», passando quindici giorni tra «Giulia Arici e Clara Green. Poi partì per Parigi e per Londra», e a Roma «fu sùbito ripreso nel gran cerchio mondano». Ma mentre sguazzava «talvolta, in qualche stanca ora di solitudine, egli si sentiva salire dalle profonde viscere l'amarezza, come una nausea improvvisa». Guardo intanto su Facebook le foto dei maturandi e delle loro cenette per i 100 giorni prima della fine: tutte uguali, dalle Alpi alle Piramidi, tutti uguali, la violinista e il tamarro, il nietzschiano spocchioso e la shampista sguaiata, la catechista brufolosa e il viveur de' noantri. Tutti beotamente allegri, piacioni, senza un'ombra di nausea. Il nichilismo gaio. 

Invece l'esperienza del piacere porta con sé — è inutile negarlo — l'esperienza del disgusto. E il motivo è chiaro, leopardiano: l'uomo vuole l'infinito, e senza l'infinito il piacere disgusta. Sentite Pavese: «Siccome ciò che un uomo cerca nei piaceri è un infinito, e nessuno rinuncerebbe mai alla speranza di conseguire questa infinità, ecco che succede che tutti i piaceri finiscono nel disgusto». Il piacere, se portasse a un infinito — e solo in questo caso —, non disgusterebbe. Ma per giungere a tanto ci vorrebbe l'ardimento dantesco di identificare il più grande «piacer» da lui provato nientemeno che con «le belle membra» di Beatrice, e poi di ribadire due versi dopo la medesima parola, ma elevata all'ennesima potenza, per indicare Dio: «'l sommo piacer». Vale a dire: quello che non disgusta, il piacere, che rende Beatrice un piacere senza disgusto. 

Non vuol essere, questo, un compiaciuto trionfo del disgusto. Anzi: il disgusto non è un destino. D'Annunzio, proprio lui, ci racconta come esso si intrometta nel bel mezzo del piacere, quanto angosci, e angusti, sotto i fiori (alla Lucrezio: «medio de fonte leporum / surgit amari aliquid, quod in ipsis floribus angat»). Ma la fatale stonatura non sopporta anestesie, e anziché farsi passare chiede al cuore di prendere una decisione, come lo chiese ad Andrea Sperelli: «Egli era giunto a un terribile momento, incalzato dalla vita inesorabile, dall'implacabile passione della vita; era giunto al momento supremo della salvezza o della perdizione, al momento decisivo in cui i grandi cuori rivelano tutta la loro forza e i piccoli cuori tutta la loro viltà». 

Quando il cuore avverte il disgusto del piacere, lì manifesta la sua grandezza o la sua piccolezza: cosa fai quando il disgusto, inesorabile, arriva? che cuore mostri di avere? da dove attingi la forza, se forza ce n'è? Il cuore piccolo è quello incapace di avvertire più che la breve sensazione dell'amarezza, incapace di tirarsi fuori dal vischio del vizio.



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