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LETTURE/ Dalle lacrime di D'Annunzio al "cuore" dell'Innominato di Manzoni

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Gabriele d'Annunzio (D) con Benito Mussolini (Immagine dal web)  Gabriele d'Annunzio (D) con Benito Mussolini (Immagine dal web)

È il caso del personaggio dannunziano, che «si lasciò sopraffare», e «pur essendo in balia del dolore, ebbe paura d'un dolore più virile; pur essendo travagliato dal disgusto, ebbe paura di rinunziare a ciò che lo disgustava; pur avendo in sé vivo e spietato l'istinto del distacco dalle cose che più parevano attrarlo, ebbe paura di allontanarsi da quelle cose». Un bel "no, a questa festa che tanto vi piace non vengo", l'energia dello strappo, del soffrire una volta per tutte, ma radicalmente, di risentire l'ossimoro tremendo: invece prevalse la paura. 

E allora cosa rimane? «Sacrificò per sempre quel che gli rimaneva di fede e d'idealità; si gittò nella vita, come in una grande avventura senza scopo, alla ricerca del godimento, dell'occasione, dell'attimo felice, affidandosi al destino, alle vicende del caso, all'accozzo fortuito delle cagioni». Descrizione perfetta della disperazione, delle briciole di cui si accontentano i mondani: l'«attimo felice» è l'osso mordicchiato dalle vite «senza scopo», è il buttarsi via dei cuori piccoli, armati di bicchierini quando la sete è oceanica. Con la diabolica e malcelata convinzione, peraltro, di guadagnarsi in tal modo, poco per volta, non la felicità né l'infinito, bensì «l'ottusità»: stordire perfino il dolore, stritolare il disgusto. L'ottusità invece non arriva mai, definitivamente: «Ma, mentre egli credeva con questa specie di fatalismo cinico mettere un argine alla sofferenza e conquistare se non la calma almeno l'ottusità, in lui di continuo la sensibilità al dolore diveniva più acuta, le facoltà di soffrire si moltiplicavano, i bisogni e i disgusti aumentavano senza fine». 

Il cuore non lo butti via quando decidi di rottamarlo. E la grandezza di uno scrittore si misura anche dal saper trovare le parole che colgano un fatto, quel «fatalismo cinico» che è l'annullamento della personalità. Ci vorrebbe un cuore grande, per stare davanti al piacere e al suo inevitabile, montante, disgusto, per prendere una decisione quando l'amarezza insinuandosi ti inchioda al bivio. Ma in questo mondo di cuori piccoli, chi saprà decidere nel momento in cui serpeggia il disgusto? mentre si teorizza che nel piacere non ci sono lacrime e nelle lacrime non c'è piacere, come si fa a non invidiare chi dalla rabbia di quel fastidio punta a vedere cosa manca al disgusto? Un cuore che non ha paura di piangere perché vuol godersi il sommo piacere: un cuore grande, da innominato manzoniano!

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