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LETTURE/ Dalle lacrime di D'Annunzio al "cuore" dell'Innominato di Manzoni

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Gabriele d'Annunzio (D) con Benito Mussolini (Immagine dal web)  Gabriele d'Annunzio (D) con Benito Mussolini (Immagine dal web)

Tutto cominciò con delle lacrime coraggiose. Quando Petrarca scrisse che «quanto piace al mondo è breve sogno». Era quasi un'ovvietà, ma un'ovvietà che faceva piangere («vivendo et lagrimando»): le cose ci piacciono, ma proprio quelle ci fanno piangere. Il piacere e le lacrime stavano insieme; la vita, promettente e maledetta, si svelava un ossimoro.

Il guaio iniziò quando cercarono di convincerci che se c'è il piacere non dovremmo piangere. Perché siccome tutto finisce, tanto vale buttarsi in quel che ci piace. «S'ei piace, ei lice», sentenziò l'Aminta di Tasso: se una cosa ti piace, allora falla. Veniva nascosta l'ombra del piacere, la sua natura di «breve sogno». L'ideologia dell'edonismo mise un fazzoletto sulle lacrime.

Ma il trucco non poteva — non può — durare: si sciolse, e calò dagli occhi. E fu il poeta per eccellenza del piacere, Giacomo Leopardi, a ricordare al mondo «la insufficienza di tutti i piaceri a riempirci l'animo», semplicemente perché «tutti i piaceri debbono esser misti di dispiacere, come proviamo». Non è un'idea, lo «proviamo» tutti: il fatto è che «nessun piacere è eterno» e «nessun piacere è immenso», e noi proprio quello vorremmo, in fondo in fondo: non «questo o quel piacere che non può essere infinito», ma appunto l'infinito; non «uno o più piaceri» ma «il piacere»

Leopardi aveva tolto il freno alle lacrime, buttato via il fazzoletto. Ci aveva detto che nemmeno mille piaceri tengono in piedi la vita, perché ci serve l'infinito. Ma gli insegnanti e gli studenti si misero d'accordo a cospirare contro Leopardi, e non solo contro di lui, ma contro il proprio stesso cuore, e a dire che non era vero, che l'infinito bisogna lasciarlo perdere, ché possiamo al massimo arraffare piccoli piaceri. E continuammo a sguazzare nelle cose piacevoli, aggrappandoci a loro come ad ancore di salvezza, e dimenticandone la brevità, la straprovata inadeguatezza al nostro desiderio. Dimenticando l'ossimoro e contrapponendo fra loro delle note esiliate dall'accordo.

Doveva arrivare d'Annunzio per rendere credibile Leopardi. Dovevano, nella festa generale, straripare le lacrime non del timido che rimane in disparte, ma dello spaccone che balla sul cubo. Doveva arrivare il mitomane della sensazione ad ogni costo per scrivere un romanzo intitolato Il piacere e gridare al mondo (e agli insegnanti che ne hanno letto solo il titolo, e un paragrafetto sull'estetismo) che ha ragione il suo amico musone: che quello che ci piace non basta, e fa schifo. E ai dilettanti dei piccoli piaceri, che sbavano appresso all'ennesima trombata di Andrea Sperelli con Elena, spiegò cosa succede quando, «con un movimento repentino, Elena si sollevò sul letto, strinse fra le due palme il capo del giovine, l'attirò, gli alitò sul volto il suo desiderio, lo baciò, ricadde, gli si offerse. Dopo, una immensa tristezza la invase; la occupò l'oscura tristezza che è in fondo a tutte le felicità umane, come alla foce di tutti i fiumi è l'acqua amara». Altro che lacrime: ogni piacere trascina «acqua amara». Quell'acqua amara di cui nessun Cinquanta sfumature prenderà mai atto: lì c'è dilettantismo del piacere, perché manca un fiume e ristagna una pozzangherina.



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