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LETTURE/ Pasqua, che cos'è il silenzio cristiano?

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William Congdon, Crocifisso (Immagine dal web)  William Congdon, Crocifisso (Immagine dal web)

All'inizio di tutto, nella Chiesa c'è il silenzio dell'accogliere il dono. Ci sta un invito, la mano tesa che risolleva dalla polvere della strada e rimette in cammino. È dalla cura di questo silenzio pieno di volontà di immedesimazione che nascono un pensiero autentico e una parola viva. Ed è per questo che sempre quel vescovo amico poi sottolineava che non ci potrà essere una vera "riforma" nella Chiesa dei nostri tempi moderni se non a partire da una nuova fioritura di santità.

Le vie della santità sono sempre state storicamente molteplici. Il suo miracolo matura in tante pieghe diverse, si colora di linguaggi irriducibili a un unico schema obbligato. Ma è difficile contestare l'idea che il retroterra di qualunque santità non sia lo scendere fino alla massima profondità del dialogo con il Tu che fa essere tutte le cose, a cominciare dalla povera cosa del proprio io. Non è detto che si parta sempre da qui, o che questo primato dell'essere presente di sé a sé stessi sia per forza di cose teorizzato in forme programmatiche esplicite. Ma per questa porta stretta si finisce prima o poi sempre per transitare, anche dal cuore delle esperienze più travolgentemente proiettate verso l'apertura indiscriminata alla passione della carità e allo slancio della più ardente missione planetaria. La santità fa riecheggiare nel mondo il silenzio del Mistero che salva. Lo rende eloquente, più facilmente decifrabile. Per questo la santità ha molto a che fare con il silenzio. Ha bisogno di riempirsi anche di voci, di mettere in movimento le mani, le teste e i corpi delle persone, ma non può camminare da sola, come si capisce bene accostando i luoghi abitati dai professionisti della cura del silenzio nella vita cristiana del nostro tempo: il loro sacrificio impressiona perché sale da una intensità da cui siamo stati strappati, e rimanda alla nostalgia di una verità del cuore che forse non dipende tanto dalla quantità delle ore sottratte al resto degli impegni della vita, ma dalla qualità di uno sguardo, dalla sincerità di una posizione che vuole andare alla radice invece di fermarsi alla periferia dell'esistenza da cui ci ritroviamo avvolti.

Nella frenesia caotica del rumore permanente, dominata dal febbrile parossismo del fare su cui avanza il nostro progresso moderno, anche l'Occidente secolarizzato non riesce a estinguere la sete di assoluto che si esprime nell'attrazione del fascino del silenzio, dietro la quale si profila il bisogno spesso inconfessato di reincontrare una forma di vita umana resa nuova dal fiorire prepotente della santità. Se le vie di pellegrinaggio ai grandi santuari mariani e alle tombe dei santi più venerati restano affollate di persone, oggi come ieri, in perenne e spesso ansiosa ricerca, si capisce più facilmente come mai i libri che insegnano l'arte del silenzio possono diventare a volte veri e propri successi, anche sul piano del mercato editoriale internazionale.



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