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LETTURE/ Pasqua, che cos'è il silenzio cristiano?

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William Congdon, Crocifisso (Immagine dal web)  William Congdon, Crocifisso (Immagine dal web)

È stato questo il caso, negli ultimi anni, dei testi, fortunatissimi, del sacerdote spagnolo Pablo d'Ors, tradotti in diversi altri paesi. Da noi è stata Vita e Pensiero a prendersi la cura di offrire al pubblico italiano il succoso resoconto di un'esperienza vissuta in prima persona e riproposta dall'autore come ipotesi di un itinerario riproducibile per via di imitazione: la traiettoria disegnata è quella, certamente impervia, esigente ma allo stesso tempo invitante, di un ritorno al centro più sostanziale dell'io interpretato come un apprendistato iniziatico, attraverso l'esercizio metodico di un rientro in sé stessi nutrito anche dai modelli della spiritualità orientale extracristiana (Biografia del silenzio, 2014).

Un altro caso editoriale molto significativo è la scelta di contenuto dell'ultimo, piccolo libro che ci ha lasciato uno dei massimi esperti della tradizione del linguaggio religioso del cristianesimo medievale e moderno di area italiana: il padre cappuccino Giovanni Pozzi. Il volumetto si intitola Tacet, ed è stato riedito postumo da Adelphi nel 2013. È uno scavo sui fondamenti della pratica del silenzio coltivata nella storia della spiritualità, portando fino alle sue estreme radicalizzazioni quella "cura del sé" che, da un certo punto in poi, è stata definita elaborando il vocabolario della mistica, dalla cristianità più antica trasmesso in eredità alle nuove forme, non prive di squilibri e rischi di unilateralità, che l'esperienza mistica ha conosciuto nelle sue evoluzioni dei secoli a noi più vicini.

In effetti, come avviene anche nel "manuale" del d'Ors, il discorso sul silenzio può finire con lo spostarsi sulla questione del metodo. Ma il metodo può ridursi a una tecnica. E la tecnica, se applicata in modo schematico o fraintesa, può anche separarsi dai contenuti a cui dovrebbe essere funzionale. Oggi si parla molto di silenzio: ma silenzio intorno a che cosa? Si rischia di sorvolare sul dato oggettivo del "fatto" di cui il silenzio, se vuole essere un silenzio cristiano, dovrebbe concepirsi come una porta di ingresso. Senza un Tu di cui mendicare il volto, senza lo stare davanti a un Altro che ci raggiunge, ci interpella e ci chiama a seguirlo, si scivola nella pratica psicologista dell'interiorità da indirizzare non si sa bene a quale fine; ci si sposta sul terreno delle terapie consolatorie per il benessere. Il silenzio di cui abbiamo più bisogno non è quello che si svuota per offrire il proprio nulla al Tutto di una infinitezza senza fondo, per lasciarsene riassorbire e tornare all'innocenza di un'origine perduta. Sarebbe la strada di una "serenità" ecologica e pacifista, accaparrabile a buon mercato — come vedo scritto sul calendario del mese di marzo appeso nella mia cucina — con il semplice "ascoltare tra piante e cespugli la voce del vento e sentirsi così parte dell'universo" (frase di Anonimo). 



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