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LETTURE/ Pasqua, che cos'è il silenzio cristiano?

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William Congdon, Crocifisso (Immagine dal web)  William Congdon, Crocifisso (Immagine dal web)

Mi è capitato tempo fa di fare visita a un vescovo. Non è esperienza di tutti i giorni, e si entra sempre con un certo rispettoso timore nei palazzi eleganti, quasi sempre di nobile origine antica, dove abitualmente, almeno nelle nostre terre di cristianizzazione remota, i nostri pastori hanno fissato la loro residenza, a fianco della cattedrale che è la madre del popolo di fedeli di cui sono stati messi a capo.

In ogni palazzo vescovile che si rispetti, il cuore pulsante della casa non è (non dovrebbe essere) l'insieme degli uffici di curia, l'apparato delle segreterie, il labirinto dei locali in cui si riuniscono le commissioni e si riceve in udienza. Discretamente protetta dall'accesso indistinto del pubblico, in un'ala più appartata o ai piani alti dell'edificio non può mancare la cappella privata di chi lo abita. Il vescovo ha qui il suo spazio riservato per la preghiera liturgica più quotidiana: è il recinto dall'esterno invisibile in cui la recita dell'ufficio delle ore e la celebrazione del sacramento si snodano nella cerchia dei più stretti collaboratori che, intorno a lui, costituiscono il nucleo della sua "famiglia".

Nella circostanza a cui alludevo all'inizio, la visita non poteva mancare di portarci fino a questo spazio più interno e più silenzioso. Con inaspettata sorpresa finale: in un angolo dell'aula decorata di immagini e di segni preziosi di devozione, in bella vista sull'inginocchiatoio, una corona del rosario stava lì a indicare che in quella casa vigeva l'abitudine di dedicarsi a una pratica che esula ampiamente dalle pure mansioni di governo di una struttura ecclesiastica.

Forse non è giusto indulgere a letture troppo ottimistiche. Ma da allora mi sono convinto che quella umile corona, deposta nel luogo della massima concentrazione sulla coscienza di sé, davanti all'altare, dove l'uomo come tale si piega aderendo a una Presenza che si impone al di là del fragile schermo dei simboli in uso nel culto cristiano, era il segno fisico chiamato a testimoniare quale può essere la vera sorgente di ogni autorità nella Chiesa. La parola che insegna e che guida, se non emerge dal profondo di un lavoro incessante sull'io, che parte dal segreto del proprio cuore e della propria memoria, perde inevitabilmente lo spessore delle sue radici. Al contrario, la vita nel suo insieme ritrova il suo calore e tutta la sua luce attraente quando passa attraverso la carne e scaturisce dall'atto fondamentale dello stare davanti al Mistero che parla edificando lui per primo il corpo vivo degli amici che si affidano alla sua carità senza limiti. 



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