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LETTURE/ Per avere (o fare) giustizia bastano le leggi?

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Eppure, pur dentro questo giudizio quasi impietoso, la riflessione di Giussani sul diritto e la giustizia muove a un approfondimento non più procrastinabile; se il senso del diritto subisce torsioni che lo muovono a diventare da fattore di ordine a mero strumento di potere, il contesto sociale subisce anch'esso conseguenze gravi di perdita di senso, di chiusura alla solidarietà, di contrattualizzazione di ogni rapporto e di ogni scambio o incontro mentre esso si sana se il senso di giustizia, la tensione alla misericordia, la percezione della gratuità divengono il motore della creazione e dell'attuazione della legge. E si sana, ci viene ricordato fin dall'abbrivio del volume, dentro l'esperienza di una educazione che sappia riconoscere le proprie domande ultime e che, nel campo del diritto, introduca alla chiara percezione che la giustizia non può essere l'esito della mera applicazione della legge ma passa attraverso il continuo interrogarsi sul senso della parola stessa e di come essa si connetta ai fatti, all'esperienza, al contesto in cui si vive, al Mistero di Dio. Un contesto che, di conseguenza, non può che essere concepito come infinito, esteso oltre il confine breve della materialità dell'uomo e del cosmo. 

L'altro grande maestro che rivive davanti ai nostri occhi mentre scorrono le pagine del testo è Benedetto XVI, la cui riflessione teologica si è a lungo cimentata con i temi qui ricordati, a partire dalla geniale definizione presente nel messaggio per la Quaresima del 2010, secondo cui «ciò di cui l'uomo ha più bisogno non può essergli garantito dalla legge; per godere di una esistenza in pienezza gli è necessario qualcosa di più intimo che può essergli accordato solo gratuitamente». La teologia della giustizia elaborata dai papi di questo e dello scorso secolo, alcuni già santi, è preziosa anche per il laico, densa com'è di equilibrio, di saggezza, frutto di una esperienza millenaria che fa della Chiesa una grande esperta di umanità. 

Il resto del coro è denso di persone, ciascuna col suo volto e con il suo contributo alla riflessione in atto: Dostoevskij, Manzoni, Milosz, Simenon, Lewis e molti altri ancora, tutti chiamati a ricordare al lettore che vi è una legge più grande della norma giuridica, una legge iscritta nel cuore dell'uomo, ma anche una natura umana che grida la propria domanda di giustizia e che deve anche fare i conti con un proprio limite strutturale, un peccato — termine così drammaticamente ridotto a freddo moralismo retributivo — e che invece potrebbe, se correttamente riconsiderato, fondare in sé e nell'altro il senso ultimo di una pietas, che a sua volta muove alla ricerca di un Altro, come ci ricorda Ibsen alla conclusione del Brand: «Rispondimi o Dio nell'ora in cui la morte mi investe, non è dunque sufficiente tutta la volontà di un uomo a conseguire una sola parte di salvezza?». 



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