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DON GIUSSANI/ Polito: ha capito la vera "rivoluzione" che serve all'Italia

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Don Luigi Giussani (1922-2005) (Immagine dal web)  Don Luigi Giussani (1922-2005) (Immagine dal web)

L'impegno di Giussani in campo educativo produce la sua fioritura più eccezionale e duratura, che è il movimento di Comunione e Liberazione, che nasce non a caso a cavallo di quella frattura storica, culturale, ideale e politica del Paese che è il Sessantotto, durante gli anni della rivolta studentesca e con le conseguenze che essa ha prodotto. Io penso che, in quel periodo, in quello spartiacque della storia occidentale, non soltanto italiana, si è determinata una profonda crisi del principio di autorità, che ha uniformato la mentalità di tutti. Intendo dire che, da allora, non siamo più stati d'accordo sull'essenziale. Nel libro ci sono delle definizioni molto profonde, molto pregnanti di questa rottura. Per esempio, ricorda monsignor Camisasca, che quel periodo ha vissuto molto direttamente: «Era entrato in crisi innanzitutto il valore dell'autorità come punto di trasmissione della tradizione e di aiuto a una verifica critica di essa nel presente. Erano i tempi di "Dio è morto", di "né padre, né padrone". [...] Epoca di un soggettivismo esasperato, che portava ad esaltare i sentimenti, scorporandoli da ogni legame all'oggettività della ragione e della storia» (p. 388). Ecco, questo punto per me è di grande importanza, perché non è possibile un processo di educazione, di trasmissione di generazione in generazione di un sistema di valori senza un principio di autorità. 

Quando Giussani, alla domanda su chi sia l'educatore, risponde: «È uno che riesce a comunicare [ai giovani] certezze e affettività», fa un'affermazione difficile da accettare oggi. Dire «certezza» è pronunciare una parola sospetta, quasi blasfema, perché oggi tutto è considerato relativo. Ma non c'è possibilità di confronto tra le generazioni senza delle certezze, solo a partire dalle quali si può discutere. Le certezze possono essere contestate, discusse e respinte dalle generazioni successive, ma l'educatore le deve proporre comunque, perché se non lo fa, non c'è alcuna possibilità di dialogo. L'educatore dichiara: «Io, autorità, rappresento una parte di te che tu non conosci ancora e con cui ti devi confrontare». E come ha detto don Carrón quando ha presentato a Milano il mio libro Contro i papà: «L'esperienza dell'autorità sorge in noi come incontro con una persona ricca di coscienza della realtà; così che essa si impone a noi come rivelatrice, ci genera novità, stupore, rispetto». Senza questo confronto con l'autorità non c'è possibilità di educazione. 

D'altra parte, Giussani stesso segnalava, perché lo vedeva con lucidità, questo passaggio nella storia culturale dell'Occidente quando, a proposito della rivolta studentesca che è stato il Sessantotto, diceva: «"Per affermare l'autenticità [che in quegli anni diventa il nuovo valore dominante, il nuovo valore scelto dai giovani] al posto dell'equivoco, della menzogna, della maschera di cui si viveva, la proposta [...] si poneva come necessità di eversione del passato, inimicizia col passato, ostilità al passato, negazione del passato, o perlomeno, ma è la stessa cosa, dimenticanza e disinteresse di esso". Un tale atteggiamento [...] è semplicistico e, in ultima istanza, ingenuo: "È l'ingenuità fondamentale di Adamo, quando ha creduto che mangiando del frutto proibito potesse esaurire la conoscenza del bene e del male. Insomma, è l'ingenuità di me 'misura di tutte le cose', è l'ingenuità dell'uomo che dice: 'Adesso vengo io a mettere a posto le cose'"» (pp. 395-396). 



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