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GIORNALI/ Falso il carteggio Mussolini-Churchill? No, il Corriere si sbaglia...

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Winston Churchill (1874-1965) (Immagine dal web)  Winston Churchill (1874-1965) (Immagine dal web)

Per quanto mi riguarda, nel mio La pista inglese (Mussolini: the secrets of his death, nell'edizione americana del 2004) ho sostenuto che non fu certo per quel vero o presunto carteggio che il premier britannico ordinò la soppressione del Duce e della sua amante e confidente Claretta Petacci  impedendo che potessero essere ascoltati dopo il loro arresto. Erano infatti ben altri i documenti, le carte, le testimonianze che confermano la "pista inglese" nell'omicidio di Mussolini e di Claretta. Molto opportunamente, nel suo fondamentale studio, Fabio Andriola ricorda che il 10 maggio 1945 Churchill scrisse al feldmaresciallo Alexander per chiedergli che venisse ordinata un'inchiesta sulla morte di Mussolini, e, in particolare, sul perché fosse stata uccisa anche la Petacci. Il premier, in quella lettera, arrivò a definire l'azione del colonnello Valerio "proditoria e codarda". Il Clnai (Comitato di liberazione nazionale Alta Italia) si era appena assunto la responsabilità di quella esecuzione capitale. Il Clnai agiva il nome e per conto del Governo Bonomi, del Governo del luogotenente Umberto di Savoia. L'onta di quell'"atto di giustizia", o di quel duplice assassinio, a seconda dei punti di vista, ricadeva dunque sul debole Governo, sul debole sovrano di Roma. Chi mai avrebbe potuto sospettare della lealtà britannica? Tanto valeva indossare i panni di un cavaliere della tavola rotonda.

Nove anni dopo, nell'autunno 1954, un nipote di Mussolini, Vanni Teodorani, avanzò per primo, sul settimanale Asso di bastoni da lui diretto, l'ipotesi che dietro la morte di Mussolini ci fosse stato lo zampino inglese. Churchill non si degnò di prendere in considerazione quel povero e disperato foglio fascista. Aveva invece reagito, con una secca smentita, a un'inchiesta pubblicata nel marzo 1947 sul Giornale d'Italia, negando di avere mai scritto lettere a Mussolini all'infuori di quelle pubblicate nei suoi libri e risalenti agli anni in cui era un ben pagato collaboratore del Popolo d'Italia. Poi, nuovamente premier, aveva ordinato al Foreign Office, il 7 novembre 1951, di diramare un comunicato di analogo contenuto a seguito di nuovi servizi giornalistici apparsi su organi di stampa italiani.

In realtà, nella famosa e misteriosa cartella di cuoio marrone che Mussolini portava con sé all'atto della cattura sulla piazza di Dongo e della quale disse a "Bill" (Urbano Lazzaro), che gliela stava sequestrando, «Attenzione, queste carte valgono più di una guerra vinta», non c'erano lettere autografe dei due statisti, ma relazioni dettagliate dei contatti segreti che continuarono ad effettuarsi durante il periodo della RSI. Sulla natura di quei contatti (definizione più appropriata che quella di "carteggio") intercorsi tra Mussolini e Churchill a partire dall'autunno 1944 e fino al crollo di Salò, e da me ricostruiti nel libro Vita col Duce, dedicato al suo attendente Pietro Carradori, si possono fare varie congetture. Si può cioè dibattere se l'iniziativa di riaprire il dialogo sia partita dall'italiano oppure dall'inglese. Secondo Fabio Andriola, «nel 1944 due elementi potevano indurre Mussolini e Churchill a riaprire il canale del dialogo: da un lato, il prorompere dell'Armata Rossa in Europa e la necessità di fare argine al nuovo imperialismo sovietico; dall'altro, l'estrema debolezza politica e militare di Mussolini potrebbero avere indotto quest'ultimo a fare pesanti pressioni sul premier inglese, ricattabile per le proprie proposte di qualche anno prima, per ottenere condizioni di pace non umilianti». Dunque, l'iniziativa potrebbe essere partita da Mussolini.



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