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GIORNALI/ Falso il carteggio Mussolini-Churchill? No, il Corriere si sbaglia...

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Winston Churchill (1874-1965) (Immagine dal web)  Winston Churchill (1874-1965) (Immagine dal web)

Una quindicina d'anni fa, un giovane storico britannico di nome Nicholas Farrell scrisse un beffardo e ironico reportage dal titolo La fabbrica dei complotti. Rileggiamone le parti più significative: 

«Supponiamo che Churchill e Mussolini fossero realmente in corrispondenza epistolare. Perché allora Churchill avrebbe messo in piedi un'operazione per scovare e distruggere le lettere? Che cosa c'era di così enormemente imbarazzante nell'offerta a Mussolini di pezzi di territorio francese e di un pugno di isole mediterranee purché si astenesse dall'entrare in guerra? Beh, un po' di imbarazzo lo avrebbero potuto creare, ma non tale da togliere il sonno a Churchill. E tuttavia, gli storici e i giornalisti italiani ci vogliono far credere che egli fosse talmente terrorizzato dalla prospettiva che si sapesse tutto, da recarsi personalmente in Italia, prima a Como, poi sul lago di Garda, infine a Venezia, per ben cinque anni di seguito, con il preciso intento di recuperare, con qualsiasi mezzo, le lettere; e addirittura da ordinare alle spie di Sua Maestà britannica di setacciare la penisola per impossessarsi della corrispondenza, costasse quel che costasse. In realtà, Churchill e Mussolini non si erano mai scritti, eccetto per quell'unico e famosissimo scambio di lettere del 1940, quando l'inglese esortò invano l'italiano a restarsene fuori dal conflitto».

Ineccepibile. Intelligente. Furbo. Scritto bene. Ovvero, tutto teso a limitare i contatti Mussolini-Churchill al 1940 e a farne per oggetto la verosimile, probabilissima offerta di territori all'Italia in cambio della sua rinuncia a entrare in guerra. C'è davvero di che vergognarsene, al punto da far ammazzare il Duce (e — con l'occasione — pure la sua amante) perché non rivelassero quella lontana, inutile offerta? E che male poi vi sarebbe, per l'onore di Churchill (magari un po' meno per il suo acume politico), se saltassero fuori improbabili lettere del premier britannico con un'esortazione a Mussolini di questo tipo: «La prego, entri in guerra. Se la caverà con pochi morti, frenerà le mire espansionistiche del Führer, e io saprò poi come ricompensarla»?

In realtà, il piccolo imbarazzo che eventuali lettere del tenore sopra descritto avrebbero potuto causare a Churchill nel 1945, era stato ampiamente superato già nel dicembre 1940, quando Churchill lanciò un messaggio radio agli italiani additando Mussolini come «il solo responsabile dell'entrata in guerra dell'Italia». E completamente dimenticato nel drammatico radiodiscorso del 29 novembre 1942, dopo la sconfitta italiana a El Alamein: «Un uomo, un uomo solo è il responsabile della rovina del popolo italiano. Noi facemmo del nostro meglio per spingerlo a rimanere neutrale. Ma egli non ci diede ascolto». Parole che dovrebbero chiudere definitivamente il discorso sui «carteggi del '40».

Con un ampio e documentato intervento sul Corriere della Sera di lunedì 30 marzo, Paolo Mieli ha accreditato, con la sua indubbia autorevolezza, la tesi del ricercatore storico Mimmo Franzinelli, che, nel suo nuovo libro L'arma segreta del Duce. La vera storia del Carteggio Churchill-Mussolini, edito da Rizzoli, sostiene che tra Mussolini e Churchill non vi fu mai uno scambio di lettere segrete. E ciò in netto contrasto con quanto sostenuto da autori come Fabio Andriola (Carteggio segreto Churchill-Mussolini), Arrigo Petacco (Dear Benito, caro Winston), Ubaldo Giuliani-Balestrino (Il carteggio Churchill-Mussolini alla luce del processo Guareschi).



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