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GUARESCHI/ Non si può essere liberi senza un velo di tristezza

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La serata inaugurale del Mese letterario a Brescia (Immagine privata)  La serata inaugurale del Mese letterario a Brescia (Immagine privata)

Ci sono opere legate indissolubilmente alla biografia dell'autore, pagine intrise del vissuto personale di chi con le proprie esperienze ha tessuto un intreccio narrativo. E' il caso di Guareschi che nel corso della propria esistenza ha imparato ad apprezzare il valore della libertà, come testimonia Diario clandestino 1943-1945, l'opera scritta durante la prigionia nel lager nazista di Sandbostel, una reclusione causata dal rifiuto da parte dell'autore di aderire alla Repubblica di Salò. 

La prigionia in Guareschi è una costante. Lo ha ricordato Egidio Bandini, ricostruendo l"affaire De Gasperi" che gli costò "405 giorni di carcere e 6 mesi di libertà vigilata, segnandolo più del lager". Guareschi si riprenderà, porterà avanti il Candido fino al 1961, fino a quando, per intervento di Amintore Fanfani, evidentemente piccato per la satira che lo aveva preso di mira, cessarono le pubblicazioni. L'ultimo colpo, questo, dopo quello infertogli dalla condanna comminatagli a seguito della divulgazione delle presunte lettere di Alcide De Gasperi, nelle quali quest'ultimo, in qualità di rappresentante della resistenza "bianca", avrebbe chiesto agli alleati il bombardamento della periferia di Roma, dell'acquedotto e di altri obiettivi strategici. La libertà costa cara. Lo insegna la vicenda di Guareschi, "l'unico giornalista italiano — ha ricordato Bandini — ad essere andato in galera per diffamazione a mezzo stampa".

Cos'è la libertà? "Per rispondere — ha affermato Giorgio Vittadini — bisogna andare a fondo di se stessi". Un processo interiore che Guareschi ha affrontato con la non violenza, con la dignità, ma anche con la forza che gli faceva dire "non muoio neanche se mi ammazzano". Socrate, Gandhi e Mandela: sono questi gli uomini della Storia che Vittadini ha citato per ricordare di che pasta fosse fatto Guareschi. L'autore rispose alle accuse mossegli con il carcere, fornendo, paradossalmente, un esempio di libertà, "facendo — ha chiosato il presidente della Fondazione per la Sussidiarietà — della propria vita una testimonianza".

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