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GENOCIDIO ARMENO/ Perché la Turchia nega il massacro che ispirò perfino Hitler?

Monastero armeno con l'Ararat sullo sfondo (Immagine dal web) Monastero armeno con l'Ararat sullo sfondo (Immagine dal web)

Ma quando sul confine tra Turchia e Russia, la Terza Armata turca venne sbaragliata nel gennaio del 1915 a Sarikamish dalle forze armate russe, ciò fornì il pretesto per mettere in moto il progetto genocida.

Per perpetrare il loro disegno criminale i turchi avevano scarcerato i criminali recidivi più duri e pericolosi denominati tchété, ossia irregolari, in quanto facenti parte di squadre adibite ai lavori più sporchi, e trasformati in agenti del governo, membri del Teskilati Mahsusa, l'Organizzazione Speciale incaricata dei massacri.

L'orrore iniziò la notte del 24 aprile 1915 a Costantinopoli, dove nel corso di una gigantesca retata centinaia di esponenti dell'élite armena vennero arrestati e incarcerati; alcuni furono immediatamente uccisi, altri vennero avviati verso l'Anatolia dove furono massacrati. Lo sterminio proseguì con la soppressione della comunità armena di Costantinopoli: tra il 24 e il 25 aprile 1915 migliaia di giovani armeni della provincia, venuti a Costantinopoli per lavorare come giornalieri, furono arrestati, deportati verso l'Anatolia e infine assassinati. Nel giro di poche settimane decine di migliaia di armeni vennero imprigionati e sottoposti a spaventose e documentate torture, in particolare contro i sacerdoti ai quali vennero strappati gli occhi, le unghie e i denti con punteruoli roventi e tenaglie.

Quando l'esercito turco occupava un villaggio armeno, ordinava agli abitanti di abbandonare, così com'erano, le case e di radunarsi fuori. La popolazione, terrorizzata, impotente, accerchiata da soldati armati, era obbligata a lasciare il villaggio e a cominciare il suo lungo e infernale viaggio forzato verso la morte. Mentre, affamati e bastonati, si trascinavano sulle vie dell'Anatolia, venivano aggrediti dalle bande di tchété che davano man forte all'esercito, completando il saccheggio e lasciando le loro vittime praticamente denudate.

Si hanno testimonianze che nella regione siriana di Deir el-Zor vennero creati campi di raccolta e di sterminio, dove in recinti rigurgitanti di vecchi, donne e bambini, scoppiarono terribili epidemie di tifo e vaiolo; e proprio il governatore di questa regione, Salih Zeki, ogni mattina era solito cavalcare nei campi tra i profughi, sollevare un bambino, farlo roteare in aria e scagliarlo contro le rocce. E ancora, sempre lo stesso, rinchiuse cinquecento armeni all'interno di una stretta palizzata, costruita su di una piana desertica, e li fece morire di fame e di sete.

Testimonianze di questi crimini si hanno anche grazie al coraggio nel denunciare e non tacere da parte di diversi diplomatici che si attivarono per salvare la popolazione armena, tra gli altri l'ambasciatore tedesco conte von Wolff-Metternich, il console italiano Giacomo Gorrini e l'ambasciatore americano Henry Morgenthau.

Secondo lo scrittore e storico tedesco Johannes Lepsius, autore del libro Deutschland und Armenien 1914-1918, il numero totale dell'intera tragedia armena oscilla tra un milione 200mila e un milione 250mila vittime; in pratica i due terzi della popolazione armena residente nell'Impero Ottomano fu soppressa e regioni per millenni abitate da armeni non videro più in futuro nemmeno uno di loro.