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LETTURE/ Philip Roth, raccontare la disperata vulnerabilità dell'uomo

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Philip Roth (Immagine dal web)  Philip Roth (Immagine dal web)

Non c'è aspetto della vita, e della produzione letteraria, di Philip Roth, che l'autrice trascuri in queste oltre quattrocento pagine: anzi, vita e letteratura sono inestricabilmente unite; l'una affonda le radici nell'altra. Ne emerge una lunga panoramica sulle umane debolezze, e, come imparerà il lettore, molti degli episodi, dei personaggi, degli aneddoti che hanno costituito il succo, il cuore e il sangue della materia narrativa di Roth vengono dalla sua vita stessa, dai suoi insuccessi, anche, a partire dal matrimonio con Maggie Williams, definito dall'autrice forse l'unione letteraria più devastante dopo quella tra Francis Scott Fitzgerald e Zelda. E devastanti, anche se a volte viste attraverso il filtro dell'ironia, sono le vicende dell'umanità, sempre dolente, ritratta da Roth. 

Per capire lo spirito e la tonalità, per così dire, di quest'autore, immaginando di trovarci nella felice condizione di non conoscere Roth (e dico felice perché una simile condizione presupporrebbe ancora la possibilità della scoperta dei suoi romanzi), potremmo iniziare da tre opere dei suoi ultimi anni, in primo luogo da uno dei suoi libri più duri, Everyman. Secco, scarno (poco più che un racconto lungo), Everyman parla di funerali, di fosse nei cimiteri, di morte, di ospedali, del deterioramento fisico e delle malattie che della morte sono l'anticamera: non per nulla la scena clou del racconto è ambientata nel cimitero un po' fatiscente della cittadina del New Jersey dove sono sepolti i genitori del protagonista. Di fatto, un libro lugubre (dalla copertina tutta nera, simile, in fondo, nella sua tremenda essenzialità, a una lapide), e insieme un ottimo viatico per entrare dentro l'universo di Roth. 

Nell'omonimo morality play quattrocentesco, Everyman, nome parlante quant'altri mai (ognuno, un singolo che ci rappresenta tutti) incontra Death, la Morte, proprio quando meno se l'aspetta. Ma, contrariamente al personaggio medievale, l'Everyman di Roth — che incontra, anch'egli, la morte inaspettatamente, senza grandiosità alcuna, nel corso di un intervento chirurgico nemmeno dei più complessi — da perfetto uomo del postmoderno, è nell'angosciante condizione di non credere più a nulla, né a Dio né all'aldilà. Per l'Everyman di Roth, l'unico Paradiso davvero degno di questo nome è l'infanzia, ed è un paradiso, ovviamente, perduto e irraggiungibile; l'inferno, invece, ossia la rinuncia alla vita terrena, toccherà in sorte a tutti. Il racconto ha la "brutalità secca e diretta" (p. 342) di una serie di fosse scavate nella terra del cimitero. Come il nome richiede, Everyman è, infatti, un uomo del tutto comune, che, come tanti, ha dovuto ribassare le sue aspettative (pur avendo studiato pittura, si è riciclato in campo pubblicitario) ed è appagato di avere una vita più o meno come tutti. 

Ricorda l'autrice come la sola citazione da Everyman che i giornali ripresero e che fu usata come slogan sulla vecchiaia, come se fosse il precipitato della saggezza popolare, è una battuta "che a Roth venne in mente guardando i servizi televisivi sull'evacuazione di un ospizio durante l'uragano Katrina, con gente in barella e in sedia a rotelle che veniva caricata su una barca in mezzo ad acque turbinose: "La vecchiaia non è una battaglia: la vecchiaia è un massacro…" (p. 346).



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