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LETTURE/ Rémi Brague: l'islam, l'illuminismo e i "cristianisti"

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Brague rifiuta l'idea, molto diffusa, dell'analogia tra i tre monoteismi, così come la dizione "le religioni di Abramo". Il cristianesimo non è una religione del Libro. «L'incarnazione, però, è il solo evento che a rigore meriti tale nome, poiché in essa arriva veramente fino a noi qualcosa» (p. 62).  E' questo evento che non viene riconosciuto nel Secolo dei Lumi il quale dimostra «una cecità strana, persino incredibile» (p. 83) nel suo ridurre Cristo a Socrate, ad un mero maestro o modello di morale. Una cecità dovuta a «gente educata dai Gesuiti o dagli Oratoriani, come la quasi totalità dei philosophes e, più tardi, dei rivoluzionari» (p. 84).  

Come è stato possibile? La spiegazione che ne offre Brague è interessante e decisamente insolita. Nel periodo che va dalla salita al potere di Luigi XV (1723) alla rivoluzione «il secolo manca — se così posso esprimermi — di santi "visibili", attivi nel mondo, come erano stati san Vincenzo de Paoli o Filippo Neri, dei santi capaci di rendere il volto di Cristo credibile e dunque percepibile dalla loro epoca. […] Non so come spiegare questa sorprendente bassa marea tra due grandi secoli di santità, e di santità dotta e creativa, come furono il XVII e il XIX. Bisogna incolparne gli eccessi repressivi della Controriforma? O il colpo d'arresto dato al misticismo, con il relativo "crepuscolo dei mistici" (Louis Cognet)? O l'angoscia insopportabile indotta dal giansenismo?» (pp. 84-85). 

L'illuminismo frutto di un tempo privo di santità. Brague rovescia in tal modo un luogo comune: quello che vede nel razionalismo la causa del declino della fede. Non di causa si tratta ma, piuttosto, di effetto. Il ché spiega una delle parti più interessanti dell'intervista, quella in cui Brotti lo interroga sul rischio odierno di identificare, alla maniera illuminista, il cristianesimo con la difesa dei valori cristiani. Come osserva Brague: «Il pericolo è grande, in effetti. Devo premettere che quando mi capita di udire la parola "valori", ho un moto istintivo di rifiuto. Il modo più sicuro per farsi sconfiggere è di farsi trascinare sul terreno dell'avversario. Proprio questo fanno coloro che accettano di parlare di "valori" e della necessità di "difenderli"» (pp. 121-122). 

Brague cita qui, come modello di questa posizione, l'Action Française del pensatore di destra Charles Maurras, un positivista non cattolico che ammirava l'istituzione gloriosa e secolare della Chiesa. Un modello analogo a quello degli "atei devoti" italiani i quali, afferma Brague, «sono coloro che già più di vent'anni fa mi ero arrischiato a chiamare "cristianisti"» (p. 123). Il suo scopo, chiarisce ora, non era di attaccarli. In qualche modo gli «sono simpatici per il semplice motivo che ciò che dicono è vero, quando affermano che l'apporto del cristianesimo alla società europea, e al suo irradiamento nel mondo intero, è stato nel complesso positivo» (ibidem). Vanno per questo incoraggiati ma, al contempo, non vanno assecondati nella loro ideologia "cattolica". 



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COMMENTI
20/04/2015 - I "valori", il "valore" (Fabio Giovenzana)

Rémi Brague dice: "Quando mi capita di udire la parola 'valori' ho un moto istintivo di rifiuto". Nel "Senso Religioso" di don Giussani leggo a pag. 33-34: "L'uomo è quel livello della natura in cui la natura prende coscienza di se stessa, è quel livello della realtà in cui la realtà comincia a diventare coscienza di sé, comincia cioè a diventare ragione. Chiameremo 'valore' l'oggetto della conoscenza in quanto interessa la vita della ragione. Il 'valore' è la realtà conosciuta proprio in quanto interessa la vita della ragione. Il 'valore' è la realtà conosciuta proprio in quanto interessa, in quanto vale la pena. Se uno ha una mente ristretta, un cuore meschino, l'ambito del 'valore' sarà più ristretto che neanche per chi abbia un animo grande, per chi sia un uomo vivace".