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LETTURE/ Lozano, la bellezza come compagna necessaria del vivere

Pubblicazione:martedì 21 aprile 2015

Pieter Bruegel, I cacciatori nella neve (1565) (Immagine dal web) Pieter Bruegel, I cacciatori nella neve (1565) (Immagine dal web)

Osservava Guardini: "sia l'uomo in generale, sia i singoli momenti essenziali della sua vita, come ad esempio la condizione inerme del fanciullo, il particolare carattere della donna, la debolezza e insieme la pienezza d'esperienza  della vecchiaia, perdono il loro accento metafisico"; in una parola, "perdono il loro mistero", e divengono "prodotti che hanno determinati valori economici, estetici, igienici". Questa perdita rende la vita umana vulnerabile al potere. Si innesta qui Lozano: "Ormai noi uomini abbiamo affidato ogni cosa — il nostro corpo e la nostra anima, la nostra vita e la nostra morte — ai poteri di questo mondo, e questa resa sarà totale se non ci sarà più neanche il sussurro del divino". Consapevoli di essere dei viaggiatori in questo mondo, poiché appartenenti a un altro mondo d'individui ineffabili, gli uomini "non permettevano a nessuno di trattarli come delle bestie". Ma se scompare la sfera del trascendente, "possiamo contare solo sul potere di questo mondo, che è un altro dio, ma che ci esonera da responsabilità e da sforzi, e ci dispensa prosperità". Purtroppo, "accettiamo questa schiavitù dorata, colmi di gioia". Con lucidità, Lozano denuncia la leggerezza con la quale, all'improvviso, noi uomini del ventunesimo secolo crediamo di poter vivere. L'oblio del mistero, dei barlumi di mistero, celebra un'esistenza piattamente facile. Ma con questa rinuncia, tutto si tramuta in "resa della nostra umanità".

Un altro culmine del libro è il ritratto del mendicante, in cui Lozano ritrova uno dei tipi privilegiati dalla sua scrittura. Il mendicante si colloca tra le creature che passano nel mondo in punta di piedi, portando il peso del loro dolore: le lavandaie, i garzoni insignificanti, gli sciocchi della corte, le domestiche, gli scemi del villaggio. A loro, Lozano ha dedicato le sue migliori pagine. E davvero notevoli sono quelle per questo mendicante, scoperto in una remota esperienza di bambino: "Quando ero bambino, un mendicante era ancora qualcuno (…); c'era il riconoscimento di un uomo caduto in disgrazia e, come se questa potesse ungerlo, meritorio di un particolare rispetto". Lozano cita Mario Luzi, attento agli esseri umili, e a personaggi letterari come Eumeo e Euriclea, le due figure dell'Odissea di Omero che si muovono a pietà di chi non ha nulla. "Per quanto umile sia il suo stato — dice Luzi — Eumeo partecipa della saggezza concessa agli uomini probi e giusti". Non meno impressionante la pietà della vecchia e fedele nutrice Euriclea; questa pietà "si manifesta nel più toccante segno di devozione e rispetto per i mendichi (…) cioè la lavanda dei piedi". 

Anche la mendicità come posizione umana può rivelarsi guida dello scrittore. Non per nulla, Rimbaud diceva che il poeta bambino, proprio perché conserva uno sguardo puro, "possiede poteri da vendere per fare diventare un mendicante, e un mendicante idiota, un re, un genio o un profeta". 


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