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LETTURE/ L'islam moderato e le "sviste" di Kareem Abdul Jabbar

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Kareem Abdul Jabbar (S) con Magic Johnson (Immagine dal web)  Kareem Abdul Jabbar (S) con Magic Johnson (Immagine dal web)

Dopo l'attentato parigino a Charlie, le uccisioni di Copenaghen e l'attentato di Tunisi, c'è chi guarda ai convertiti americani degli anni 70 per ottenere rassicurazioni che islam e terrorismo non siano la stessa cosa.

"L'Islam non c'entra nulla". "Aspetto il giorno in cui questi atti organizzati da musulmani autoproclamati saranno visti come attacchi politici". Ferdinand Lewis Alcindor Jr. scende in campo dalle pagine del Time a favore dell'islam, la religione che ha abbracciato nel 1964, a diciassette anni, dopo la lettura dell'autobiografia di Malcom X, cambiando il suo nome in Kareem Abdul Jabbar, una delle stelle fisse del basket Nba. Campione di stile e di tecnica, e insuperato recordman di realizzazioni, Kareem, come lo chiamano i suoi fans in tutto il mondo, è l'emblema, oppure il miraggio, a seconda dei punti di vista, di un islam moderato, di cui i più non sanno dire se sia una chimera o trovi una sua "incarnazione" da qualche parte nel mondo.

Kareem chiama palla. Ci mette la faccia: "Non importa la religione, alle persone interessa avere una vita tranquilla e vivere in una comunità armoniosa e ciò si fa promuovendo l'amicizia, a prescindere dalla fede. Questo mi ha insegnato l'islam". Negli ultimi mesi Kareem, oggi columnist del Time, ha lanciato rassicuranti dichiarazioni ai media quasi fossero sky hooks, il marchio di fabbrica del suo immarcabile tiro spalle a canestro. Ma questa volta i lanci non muovono le statistiche, vanno a vuoto, non arrivano al ferro. Alla base delle argomentazioni di Malcom X, profeta a stelle e strisce delle conversioni islamiche anni 70 targate Usa, sta la volontà di distinzione e di radicalizzazione dalla protesta di Martin Luther King, considerato alla stregua di un "nero da cortile". Una sorta di "zio Tom" sempre fedele al padrone, contrapposto ai "neri dei campi" che Malcom X considerava (loro e i loro discendenti) come preziosa terra di coltura per la "lotta di classe". Una dottrina che, come è noto, non è un frutto dell'albero di Maometto.

La calma olimpica di Kareem Abdul Jabbar, la stessa che aveva in campo al cospetto di qualsiasi avversario, poggia sulla sua personale, pacifica, elaborazione del Corano (letto in inglese), e sul fatto che il suo maestro Malcom, pur disprezzando come "roba da schiavi" la dottrina della non violenza, non approda mai al terrorismo. Ma l'islam protestatario di Malcom X non avrebbe mai visto la luce nel regno sunnita dei Saud o nell'Iran sciita degli ayatollah, né nell'Afghanistan dei mujaheddin prima e dei talebani poi, né in Pakistan, né in Malesia, né in qualsiasi altro stato islamico. Perché l'islam a stelle e strisce è un fenomeno occidentale, nasce geneticamente modificato, inglobando al suo interno tutte le principali conquiste dell'occidente: da quel "date a Cesare quel che è di Cesare", lievito di ogni pensiero laico a venire, ai diritti di uomini e donne, al suffragio universale, alla divisione dei poteri dello Stato. Per dirla in sintesi, ingloba l'intera filosofia politica della modernità. In questo sta la debolezza dell'analisi del grande cestista.



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