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STORIA/ Quando i centurioni romani annunciavano il vangelo

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Paolo "Veronese" (1528-1588), Cristo e il centurione (Immagine dal web)  Paolo "Veronese" (1528-1588), Cristo e il centurione (Immagine dal web)

Nei Vangeli sinottici e negli Atti degli Apostoli è narrata, in diverse circostanze e con modalità diverse, la conversione di tre centurioni. 

Il primo episodio (Mt 8, 5-13; Lc 7, 1-10) si svolge a Cafarnao, sul lago di Tiberiade. Un militare di rango elevato (i centurioni erano il nerbo degli eserciti romani, provenivano dalle legioni ed erano pagati fino a cinque volte un legionario semplice), abituato, come egli stesso dice, a comandare e ad essere obbedito, si rivolge a Gesù con l'umiltà del bisognoso e lo implora che guarisca il suo servo morente, al quale era affezionato. Nel secondo episodio evangelico (Mt 27, 54; Mc 15, 39; Lc 23, 47) il centurione che stava ai piedi della croce (chiamato Gaio Cassio Longino secondo fonti apocrife; sarebbe stato lui ad aprire il costato di Gesù con un colpo di lancia: Gv 19, 33 sg.), veduto il terremoto e le cose che accadevano, confessa la sua fede: «Costui era davvero Figlio di Dio». Il terzo episodio narrato negli Atti in maniera dettagliata e puntuale (10, 1 sgg.) si svolge a Cesarea di Palestina e ricorda un altro centurione del quale conosciamo anche il nome, Cornelio, e l'unità militare di appartenenza, la coorte Italica. 

Nel primo episodio il centurione ricorre a Gesù con la certezza di aver trovato in Lui chi soltanto potrà guarire il suo servo; la sua fiducia in Gesù non ha fondamenti profetici né la conoscenza delle Sacre Scritture ma una certezza generata dal bisogno. E' Gesù che riconosce in questo l'umiltà della fede. La conversione avviene di fronte al miracolo della guarigione mentre la testimonianza di Luca (7, 3: il centurione aveva sentito solo parlare di Gesù) esclude che il centurione fosse già convertito. 

Ciò che colpisce è la libertà del centurione di riconoscere ciò che era avvenuto, senza la quale non c'è fede; la sua umiltà di fronte a Cristo non contrasta con la sua dipendenza dall'autorità militare, riconoscendo, come farà Cristo stesso, che altro è l'obbedienza a Cesare altro l'obbedienza a Dio. L'abisso che separa il centurione — il peccatore — da Cristo è diventato un atto di contrizione universale nella liturgia: «Signore, non sono degno che tu entri sotto il mio tetto, ma dì soltanto una parola e il mio servo sarà guarito». Né Cesare né altro possono togliere all'uomo la coscienza della propria debolezza e al contempo la certezza della redenzione. L'antica superstizione scompare dinanzi alla presenza di Cristo, dovunque nel tempo.

Ma il centurione, che doveva averne viste di tutti i colori — nella provincia della Siria Palestina stazionarono nel corso del I secolo d.C. fino a quattro legioni, comandate da un proconsole, a riprova della pericolosità di quella parte dell'impero, conquistata da Pompeo nel 63 a.C. e successivamente sottoposta ad un lungo riordino militare e amministrativo — si sente inadeguato all'incontro e nel Vangelo di Luca si fa precedere da autorevoli anziani dei Giudei per spianargli la strada.  



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