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PASQUA 2015/ Cristo muore mentre noi attendiamo di diventare "altro"

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Marc Chagall, Crocifissione bianca (1938) (Immagine dal web)  Marc Chagall, Crocifissione bianca (1938) (Immagine dal web)

Il problema non è, dunque, "agire di più", ma agire sulla base di una «autentica persuasione», «con tutto noi stessi»: pieni di un ideale che corrisponda a tutto il nostro essere così com'è. Anche con le fragilità di cui l'uomo è costituito. Non è una precisazione da poco: «La debolezza degli uomini, la loro personale peccabilità, la loro maggiore o minore statura morale non dovrebbero influire sulla impostazione cristiana dei problemi; semmai influire sulla deficienza dei risultato. Il Santo e il peccatore cristiani debbono impostare intenzionalmente e idealmente i problemi di vita della comunità allo stesso, identico modo. Perché è Cristo che li ha impostati per tutti, da "allora", ed esplicitamente, a quel modo». 

Il limite che l'uomo incarna e letteralmente è non costituisce, per Fabbri, un'obiezione sensata alla vita di Cristo nel mondo. Anzi: solo una presa di coscienza precisa di quel che si è, dell'essere fatti così, introduce ad una comprensione reale di cosa sia Cristo per l'uomo. È un tema, questo, che le opere di Fabbri non faranno che ribadire: «È l'equivoco più inquietante della cristianità: aver aspettato che l'uomo diventasse un altro, diverso, per le parole di Cristo. Ma Cristo è venuto per salvare l'uomo così com'è». È dunque questo che Fabbri provoca ad accogliere come dato: non un maggiore impegno, ma solo una maggiore coscienza può essere un vero elemento di missione: «Crediamo (…) di poter guadagnare a Cristo gli uomini se non abbiamo il coraggio di guardare noi una buona volta la faccia di Cristo intera?». 

Scriverà ancora Fabbri: «La verità non è qualche cosa che si possa scoprire e possedere soltanto razionalmente, ma che si possiede per intero solo rischiandone l'attuazione, cioè vivendola. Soltanto da questa esperienza personale della verità può sgorgare l'ultima, sostanziale, determinante prova che farà di una realtà probabile, una realtà persuasiva — cioè una realtà che soddisfi tutte le nostre esigenze. L'ultima, decisiva prova ci viene, dunque, da questo atto, da questa esperienza della verità, da questo passaggio dalla speculazione all'azione». 

La verità non è quindi una nozione da pensare, ma un rapporto — in cui bisogna inoltrarsi, e rischiare, per poterne avere reale certezza. Insorge, ai fini di una certezza, il rischio di un passo e di una compromissione personale con l'oggetto. Diego Fabbri, che si potrebbe definire — con le stesse parole che lui stesso usò per Maurice Blondel — «essenzialmente un pensatore per il quale Cristo esiste», proprio per questa presenza, questo dialogo, questo continuo assillo di Cristo nella vita ha saputo sperimentare (e perciò testimoniare) uno tra i punti decisivi dell'epoca sua e nostra: che quella di Cristo non è uno schema ma un'esperienza; non un messaggio, ma una vita.



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