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PASQUA 2015/ Cristo muore mentre noi attendiamo di diventare "altro"

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Marc Chagall, Crocifissione bianca (1938) (Immagine dal web)  Marc Chagall, Crocifissione bianca (1938) (Immagine dal web)

Nel 1951 usciva, presso l'editore Studium di Roma, un libretto smilzo, di un centinaio di pagine. Il titolo era Ambiguità cristiana; l'autore, il forlivese Diego Fabbri, uno dei drammaturghi italiani più importanti della sua generazione. Ambiguità cristiana, però, non è una commedia: è invece un testo di saggi e conferenze in cui l'autore — dichiaratamente cattolico fin dai suoi esordi — dava forma a questioni nate dalle sollecitazioni del suo lavoro di artista. Quei saggi costituiscono tuttora uno tra i più straordinari documenti di quello che può essere il rapporto fra un artista e la sua fede. O meglio, come direbbe lo stesso Fabbri: il rapporto fra un artista e Cristo stesso. 

Così infatti Fabbri: «L'incontro con Cristo è un fatto serio, o non è. E così, spesso, si preferisce che non sia. Questa ostinazione dilatoria è, d'altronde, la misura dello scrittore. Dal momento che il metro per misurare l'importanza, la durata e, diciamo pure, la grandezza di uno scrittore è solamente uno, ed è proprio questo: se, cioè, alla radice di tutta la sua attività vi sia — esplicita o latente — l'aspirazione a scrivere un libro, un certo libro che, in un modo o nell'altro, possa essere una vita di Cristo. Chi non ha mai avuto questo assillo, o chi ha saputo scartarlo una volta per tutte senza troppi rimorsi, non potrà mai essere un grande scrittore; sarà appena uno che scrive». 

Ma le questioni che Fabbri pone non riguardano solo "lo scrittore"; o meglio: riguardano lo scrittore nella misura in cui esse toccano l'uomo intero. Ed è proprio ai cristiani— a quei cristiani convinti che il cristianesimo debba essere innanzitutto una prassi, un impegno sociale, un fare storico — che Fabbri rivolge una delle sue più accese lettere pubbliche, nel 1944, dal titolo emblematico di Cristo tradito: «All'uomo politico, cioè "storico", cioè "materiale", non si può opporre un "uomo-politico-cristiano": bisogna opporre un "uomo cristiano" soltanto. Il resto è dialettica storica; e rischia allora di aver ragione chi prevale. E chi prevale, su questo piano storico, non sarà mai "l'uomo-politico-cristiano". Paura di vivere è, insomma, paura d'essere "cristiani solamente"; d'essere strenuamente fedeli all'uomo e a Cristo». E aggiunge: «Questa perplessità di fronte a una realtà sconcertante e turbativa com'è la nostra nasce non già dalla scaltrezza di non voler scegliere, di non voler impegnarsi, ma dalla necessità intima d'impegnarsi con tutto se stessi in virtù di una autentica persuasione. (…) Quella lontana, puerile, affettuosa intuizione di Dio si è fatta, forse, non tanto più vera, ma più astratta. Vorremmo scoprire che cosa noi veramente siamo (quel che veramente crediamo con tutto noi stessi) perché vorremmo poter decidere qualcosa di sincero in merito a noi stessi». 



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