BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |
Imposta Come Homepage   |   Ricerca Avanzata  CERCA  

LETTURE/ Ivan Karamazov, la misericordia e la giustizia

Pubblicazione:

Papa Francesco (Infophoto)  Papa Francesco (Infophoto)

Secondo l'ideologia più diffusa il male si spiega con il meccanismo della causa e dell'effetto, dell'azione e della reazione, o detto altrimenti, si spiega semplicemente adducendo il fatto che la sofferenza (che pure esiste, tragicamente) non ha senso, e quindi non ha senso nemmeno trovarne dei responsabili, dei colpevoli, proprio perché non c'è più "colpa" e quindi non più "pena" e non più perdono possibili. Il male è puramente gratuito, tranquillamente assurdo, senza libertà. Tutto torna, il cerchio si chiude, e insieme con il male è il significato stesso che viene semplicemente annullato nel mondo: una prospettiva che richiama alla mente la dottrina dell'eterno ritorno dell'eguale che Friedrich Nietzsche elaborerà praticamente negli stessi anni (Così parlò Zarathustra risale al 1883). Ma proprio per l'ateo Ivàn, si tratta di una «sciocchezza euclidea»: la spiegazione del meccanismo è assurda, esattamente per il motivo che un uomo non può vivere in base ad essa. 

E difatti, continua Ivàn, «Cosa mi importa che non esistano colpevoli, che ogni cosa derivi semplicemente e direttamente da un'altra, e che io lo sappia? Io ho bisogno di un compenso, sennò mi distruggo, e di un compenso non nell'infinito, astratto, chissà dove e chissà quando, ma qui, sulla terra, e voglio vederlo coi miei occhi». La teoria secondo cui le cose vanno così perché così devono andare, secondo l'ordine di una necessità cieca della natura (la natura fuori di noi e quella del nostro stesso arbitrio) non può essere compensata da una prospettiva nell'al di là, che lasci intatta la condizione presente. Che importa sapere che un giorno, alla fine dei tempi, sarà fatta giustizia, se a vincere oggi è la necessaria ingiustizia? O qualcosa accade di nuovo nel presente — un «compenso», ora — oppure è un'illusione, o peggio una truffa. 

L'unica possibilità di credere a una soluzione reale dell'enigma è che io possa vederla compiersi realmente con i miei stessi occhi: «Io ho creduto e perciò voglio vedere anch'io, e se allora sarò già morto, mi devono resuscitare, perché se tutto accadesse senza di me sarebbe una cosa avvilente, sarebbe la distruzione di tutto». E con una sorta di struggente durezza, come un desiderio incendiato dalle contraddizioni della vita, che non accetta consolazioni o utopie, conclude: «Io non ho sofferto per concimare con le mie colpe e le mie sofferenze un'armonia futura in favore di chissà chi. Voglio vederlo coi miei occhi il daino che gioca accanto al leone e l'ucciso che si rialza e abbraccia l'uccisore; voglio esserci anch'io quando tutti sapranno finalmente perché le cose sono andate così».



< PAG. PREC.   PAG. SUCC. >