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LETTURE/ Ivan Karamazov, la misericordia e la giustizia

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Papa Francesco (Infophoto)  Papa Francesco (Infophoto)

La questione tremenda e irrisolta del male interpella tutta la nostra esigenza di giustizia. Ma qui non ci si può più fermare: la giustizia che noi vogliamo vedere compiuta chiede di comprendere anche la giustizia rispetto al male che non solo altri, ma noi stessi possiamo fare. Il problema non è solo ciò che vediamo accadere nel mondo, fuori di noi, ma ciò che accade continuamente nel mondo che è dentro di noi, che "siamo" noi stessi. È il problema della nostra stessa libertà. Per questo — facendo rivivere la corda forse più misteriosa e più "impossibile" della voce di Gesù, il Figlio dell'Uomo — Papa Francesco sta insistendo con tanto struggimento sul fatto che si può comprendere e vivere la giustizia solo a partire da uno sguardo di misericordia. Non per nascondere, sminuire o giustificare in alcun modo il male, ma per andare alla radice da cui esso può sempre nascere, cioè al fondo del cuore dell'uomo. 

Nell'Omelia con cui ha annunciato un nuovo Anno Santo della misericordia (il 13 marzo scorso), viene riproposto il racconto evangelico di Gesù che, invitato a mangiare nella casa del fariseo Simone, viene raggiunto da una donna — «una peccatrice di quella città» — che si getta ai suoi piedi, bagnandoli con le sue lacrime e asciugandoli coi suoi capelli, tutta piena di quella commozione di chi si sente amato fino in fondo e perdonato. Esattamente in questo gesto si origina un nuovo nesso tra l'amore e il giudizio: per quella donna, dice Francesco, «non ci sarà nessun giudizio se non quello che viene da Dio, e questo è il giudizio della misericordia. Il protagonista di questo incontro è certamente l'amore, la misericordia che va oltre la giustizia». Quando invece il fariseo, guardando la scena, pensa tra sé che se Gesù fosse davvero un profeta saprebbe «che specie di donna» era quella, «invoca solo la giustizia e facendo così sbaglia. Il suo giudizio sulla donna lo allontana dalla verità e non gli permette neppure di comprendere chi è il suo ospite. Si è fermato alla superficie — alla formalità — non è stato capace di guardare al cuore». 

La misericordia non sta anzitutto nella capacità di una nostra generosità, ma nell'accoglienza di un'iniziativa di Dio nei nostri confronti. Sta insomma nell'accettare di essere amati per noi stessi e non per il nostro merito nell'essere giusti. E qui paradossalmente la giustizia comincia a compiersi ora, come voleva Ivàn Karamazov: non alla fine dei tempi, quando tutto sarà chiaro (se lo sarà), ma nella luce di un incontro in cui la vita, anche con tutto il suo male, si chiarifica. La risurrezione di Cristo è dentro questo sguardo alla donna che piange; e lei può piangere così perché così è stata guardata. 



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