BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |
Imposta Come Homepage   |   Ricerca Avanzata  CERCA  

LETTURE/ Ivan Karamazov, la misericordia e la giustizia

Pubblicazione:

Papa Francesco (Infophoto)  Papa Francesco (Infophoto)

Potrà mai essere eliminato il male dal mondo? E potrà mai essere annullato il male del mondo? Sembrerebbe un interrogativo inutile, tanto è impossibile la risposta, una di quelle domande che percuotono per un istante, di tanto in tanto, il cuore e la mente di ciascuno di noi di fronte alla notizia delle stragi e dei massacri, alle immagini degli attentati e delle catastrofi, ma anche di fronte a quella più segreta, quasi inconfessata possibilità di male che abita il nostro stesso cuore. Eppure non si tratta di una domanda assurda: al contrario, essa fa venir fuori tutta l'esigenza di un senso vero, cioè personale e irriducibile, della nostra esistenza, vale a dire l'attesa di scoprire perché mai siamo al mondo e cioè se la nostra vita vale, letteralmente, la pena per qualcuno, e quindi per noi stessi. O detto altrimenti, se è possibile amare se stessi nonostante — o meglio, non nonostante, ma proprio attraverso lo scandalo delle nostre misure e dei nostri limiti. 

L'alternativa sembrerebbe infatti già fissata: o il nostro male e il male del mondo alla fine ci impedirà di accettare fino in fondo il nostro esserci al mondo, troppo pesante e opaco per essere amato; oppure cercheremo di contrapporre al potere del male l'affermazione sperata — o disperata — di noi stessi, delle nostre capacità, dei nostri successi. Nella tenaglia in cui ci troviamo alla fine costretti, tra la presunzione e la depressione, tra il tentativo di crederci noi i padroni della vita e la tentazione di ritrovarci semplicemente "giocati" dalla vita e forse sconfitti da essa, quando si riaffaccia la domanda sull'enigma del male è come se una faglia si riaprisse: come una ferita, non dovuta soltanto al riconoscimento di un fallimento, ma anche, al tempo stesso, al riemergere di un'attesa che non possiamo mai decidere noi stessi di zittire. Possiamo negarla, giustificarla, finanche teorizzarla, ma difficilmente potremo toglierle la sua voce inconfondibile. E la sua voce chiede, appunto: potrà mai essere perdonato il male del mondo?

Una delle espressioni più acute e drammatiche di questa voce è quella che Fëdor Dostoevskij ci ha dato attraverso la voce di uno dei suoi personaggi cruciali, il "nichilista" Ivàn Karamazov, alle prese con lo scandalo della sofferenza degli innocenti. «Secondo la mia povera intelligenza terrena, euclidea — dice Ivàn — so soltanto che la sofferenza esiste e che i colpevoli non esistono, che ogni cosa deriva semplicemente e direttamente da un'altra, che tutto scorre e tutto si equilibra; ma queste non sono che sciocchezze euclidee, lo so bene, e non posso accontentarmi di vivere in base a simili sciocchezze (I fratelli Karamazov, 1879, libro V, cap. 4). 



  PAG. SUCC. >