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LETTURE/ Le "domande" dei discepoli e l'opera di Dio

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Eugène Burnand, Il mattino della Resurrezione (1898) (Immagine dal web)  Eugène Burnand, Il mattino della Resurrezione (1898) (Immagine dal web)

Cari fratelli e sorelle,

questo è il giorno che ha fatto il Signore (cfr. Sal 117,24), abbiamo ripetuto assieme al salmista. Sì, questa è l'opera del Signore: la vita che non ha fine. «Questo è il giorno nel quale il Signore riempie l'animo di ciascuno di gioia e di esultanza e nel quale abbellisce il volto della terra con la bellezza della stagione primaverile» (S. Cesario di Arles, Discorsi, 204,1). Con la rinascita della natura appaiono le dimensioni cosmiche della luce che promana dalla resurrezione di Cristo.

Nei giorni scorsi abbiamo contemplato la passione e la morte di Gesù. Abbiamo visto la vita rinchiusa in un sepolcro. Una pietra tombale su di essa. Un grande silenzio aveva invaso la terra e i cuori. Un silenzio pieno di domande, di attesa. Un silenzio che era in un certo senso il prolungarsi fino a noi dello stordimento colmo di dolore e dello sbigottimento degli apostoli e delle donne che avevano seguito Gesù e che per lui avevano lasciato tutto.

Perché non era sceso dalla croce? Perché aveva permesso che lo maltrattassero in quel modo? Molti di loro erano stati testimoni della sua potenza e della sua gloria. Lo avevano visto operare miracoli, guarire, resuscitare persone ormai morte. Lo avevano visto moltiplicare i pani, comandare ai venti e alle tempeste. Lo avevano visto trasfigurarsi davanti a loro.

Tutti questi ricordi non facevano che aumentare l'incredulità e lo smarrimento dei suoi amici. Eppure Gesù li aveva preparati da lontano a tutto ciò. Ma non era bastato. Il Maestro sapeva che nessuna preparazione poteva evitare ai suoi di entrare assieme a lui nelle tenebre. Qualcosa doveva morire anche in loro, purificarsi. Occorreva bruciare anche l'ultimo residuo di speranza mondana. Bisognava entrare nei criteri di Dio, nella donazione totale. Proprio per questo dovevano sperimentare sino in fondo l'abisso della solitudine e dell'abbandono.

L'uomo da solo non può donare a se stesso la vita che non finisce. Non può uscire veramente dalla sua solitudine esistenziale. L'ultima parola dell'uomo è sempre una pietra che copre un sepolcro. Ciò che viene dopo non è più in suo potere. La resurrezione di Cristo e tutto ciò che essa ha portato era qualcosa di inimmaginabile, che nessuna preparazione poteva far prevedere. «L'uomo non poteva immaginare questo mistero, questa realtà. La poteva rivelare Dio solo. L'uomo non ha la possibilità di donare la vita dopo la morte. La morte della morte. Nell'ordine umano, la morte è l'ultima parola. La parola che viene dopo, la parola della Risurrezione, è parola solamente di Dio» (san Giovanni Paolo II, Via Crucis, 18 aprile 2003).

Comprendiamo, allora, la profonda verità del salmo che abbiamo cantato: questo è il giorno che ha fatto il Signore, non l'uomo. È il giorno in cui ognuno di noi è liberato dal suo destino di morte e introdotto nella luce della vita.



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