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LETTURE/ Sciascia e Majorana, sciarada o "mistero"?

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Leonardo Sciascia (1921-1989) (Immagine dal web)  Leonardo Sciascia (1921-1989) (Immagine dal web)

Perché, allora, coinvolgere, e in maniera esplicita, Shakespeare e Stendhal, Pirandello e Brancati, Eliot e Savinio, come questo inquirente sui generis fa a ogni passo? Senza dire dell'usufrutto di efficaci tecniche compositive, a partire dalla calibrata Ringkomposition, dalla struttura ad anello che strategicamente si apre e si chiude con l'evocazione del convento, lanciando subito un segnale che tornerà alla fine intensificato. E quegli scatti dell'immaginazione, quella «razionale certezza» paradossalmente «al di là della ragione», del suo ordinario procedere… A pensarci bene, il progetto qui non è congedare l'universo artistico, con i suoi archivi e i suoi arsenali; ma farlo convergere sulle circostanze date. La fluida costellazione dei personaggi immaginari illuminerà frammenti di biografia; gli stratagemmi della fiction saranno messi a servizio delle risultanze empiriche, a prima vista sfuggenti e ingovernabili. 

È lo stesso Sciascia a tirare in ballo Mattia Pascal e, con maggior convinzione, Vitangelo Moscarda, ma proprio per capire il Majorana storico; e quando si affida alla rapidità dell'intuizione, non lo fa per sostituire al dato imperfetto un paradigma rassicurante, semmai per accelerare il discernimento di fatti e nonfatti. Romanzo e saggio si scambiano competenze, con reciproco profitto. Il dossier non è più aggrovigliato e opaco; mentre la letteratura si irrobustisce, anche se deve rinunciare alla sua purezza, alla sua non-imputabilità, e accettare che la trama abilmente ordita sia soggetta, stavolta, a verifiche. È sorprendente: una simile scommessa Sciascia ha voluto azzardarla in anni non propriamente disponibili, quando insomma si teorizzava da più parti l'intransitività assoluta dell'arte, la sua felice autonomia dall'esperienza e dalla storia. 

Majorana, così vuole Sciascia, ha intuito in anticipo le conseguenze di un alacre indirizzo della scienza, di una strada imboccata fervidamente, insidiosa però nelle sue incognite. Con Bohr in Danimarca, con Fermi in Italia, con Heisenberg in Germania, la fisica incalzava sempre più da vicino l'atomo, per padroneggiarlo, manipolarlo; non diversamente avveniva oltreoceano, negli Stati Uniti in gara col vecchio continente. «La scienza è lenta», aveva constatato Rimbaud, ma Rimbaud viveva nell'Ottocento, non poteva preventivare lo sbocco di certi processi, graduali (è vero), farraginosi (sicuramente), e tuttavia ostinati. Forse inarrestabili? In un'auto-recensione pubblicata successivamente su Tuttolibri, Sciascia cita un'affermazione di Friedrich Dürrenmatt, il drammaturgo svizzero a sua volta impegnato, nei decenni del dopoguerra, a riflettere sulla scienza e le sue dinamiche: «Ciò che si è pensato una volta non può più venir revocato». Con questa battuta della sua commedia I fisici, Dürrenmatt, commenta Sciascia, «rifiuta l'utopia della responsabilità individuale, della possibilità dell'individuo di mutare o fermare qualcosa». Un fatalismo condiviso? Lo scrittore di Racalmuto sembra per un momento immedesimarsi col collega, poi passa a delimitare una posizione originale: «Questa utopia è invece alla base del mio racconto». 



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