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LETTURE/ Sciascia e Majorana, sciarada o "mistero"?

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Leonardo Sciascia (1921-1989) (Immagine dal web)  Leonardo Sciascia (1921-1989) (Immagine dal web)

Le pagine della Scomparsa di Majorana contraddicono la dittatura della necessità: Ettore si è reso conto di una «cospirazione contro la vita» e abbandonando il team di Fermi, rinunciando dopo tre mesi di insegnamento alla cattedra nell'Università di Napoli, ha tradito quella cospirazione per non «tradire la vita». A costo di distruggere tutti i ponti, di far perdere le proprie tracce. È stato il più radicale; non è stato, peraltro, l'unico. Sciascia non esita a tributare un riconoscimento al fisico tedesco Werner Heisenberg (non per caso apprezzato da Majorana durante il suo soggiorno di studi a Lipsia). Se esisteva, nel Terzo Reich, uno scienziato in grado di progettare l'atomica, questi era Heisenberg; il quale però non volle avviare quel progetto e passò gli anni della guerra nella «dolorosa apprensione» che gli altri, dall'altra parte, riuscissero a realizzarlo; «non infondata apprensione, purtroppo». La Germania era sotto il tallone nazista, gli Stati Uniti godevano delle garanzie democratiche; da una parte vi erano schiavi, dall'altra liberi cittadini. Eppure, commenta Sciascia, quelli non fecero la bomba, questi la consegnarono ai politici e ai militari. «Si comportarono liberamente, cioè da uomini liberi, gli scienziati che per condizioni oggettive non lo erano; e si comportarono da schiavi, e furono schiavi, coloro che invece godevano di  una oggettiva condizione di libertà». 

Auspicabile, certo, una cornice istituzionale rispettosa della dignità umana, dei diritti della persona; fermamente auspicabile, e anzi da rivendicare e da difendere. Ma non è, di per sé, un quadro di istituzioni, non è un insieme di procedure riconosciute e formalizzate la garanzia rispetto al potere: l'aggressività del potere trova la sua pietra d'inciampo nell'io, in un io che ha preso coscienza di se stesso, e avverte pressione e ricatto dove gli altri non scorgono che normalità, e rifiuta la connivenza a cui tutti o quasi tranquillamente si sottomettono. Fra parentesi: la letteratura ha ruolo e presa anche perché estremamente sensibile, per sua indole, all'io, di cui sa tallonare lo smarrimento e lo scatto.   

L'ultimo capitolo della Scomparsa di Majorana, con la visita dell'autore all'antico convento dove Ettore, «forse», si era rifugiato, ha un taglio allusivo, che suggerisce e insinua col minimo. Non è solo l'interrogativo sull'ultimo asilo di un cor inquietum a serpeggiare tra le righe. Ciò che si è pensato una volta può esser magari revocato. E ciò che è stato fatto? Ciò che altri si accaniscono ancora a fare? Majorana si è tirato fuori dalla cospirazione contro la vita, «ma la cospirazione non si è spenta per quella defezione, il dissolvimento continua, l'uomo sempre più si disgrega e svanisce in quella stessa sostanza di cui sono fatti i sogni». C'è Shakespeare in queste parole, c'è la saggezza triste della sua penultima opera, La tempesta, dove Prospero, il re in esilio su un'isola decentrata, ignota a tutte le rotte, recita il suo vanitas vanitatum: «Noi siamo fatti della stessa sostanza di cui sono fatti i sogni, circondata dal sonno è la nostra breve vita». 



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