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LETTURE/ Sciascia e Majorana, sciarada o "mistero"?

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Leonardo Sciascia (1921-1989) (Immagine dal web)  Leonardo Sciascia (1921-1989) (Immagine dal web)

Di un uomo si perdono le tracce, non si sa più nulla, nemmeno è lecito dire che è morto, perché il cadavere non affiora. Scoppia il "caso", ne parlano giornali e televisione, sollecitando chi avesse in mano un indizio a farsi avanti. E la curiosità di tanti (che non hanno in mano nessun indizio) è stimolata, fioriscono chiacchiere, chissà se è morto davvero, se si è nascosto, dove. Poi la curiosità si stanca, decade, magari è suggestionata dalle altre novità che la cronaca riversa senza risparmio; e quel caso perde smalto, esce dai radar, la stampa se ne dimentica, i programmi di prima e seconda serata cercano nuove spezie per stuzzicare la noia e rinvigorire gli ascolti. A meno che, a distanza di mesi, o di decenni, non si affacci un nuovo testimone, non riemerga un filo sepolto, e allora il meccanismo si riavvia, meglio se non c'è ancora la piena, inoppugnabile rivelazione, su elementi incerti si potranno imbastire pubblici contraddittori, o magari sproloqui tra conoscenti, fino a una nuova soglia di sazietà e dimenticanza. 

Ha seguito una curva del genere la vicenda dello scienziato siciliano Ettore Majorana, il fuoriclasse dell'équipe di giovani ricercatori capitanata, a Roma, da Enrico Fermi presso il mitico Istituto di Fisica in via Panisperna. Quando Majorana, a trentuno anni, scompare, lasciando lettere ambigue a un collega e ai familiari, l'episodio intercetta per qualche tempo l'attenzione del grande pubblico. La polizia propendeva per il suicidio, senza mobilitarsi più di tanto; chiedevano ulteriori indagini i familiari, specie la madre, certa che quel figlio singolare fosse vivo. I familiari, si sa, sono ostinati, a dispetto dell'evidenza; gli altri li commiserano, anche per quella ostinazione. Così, le ricerche della polizia cessarono del tutto. 

Caso definitivamente archiviato? Ma no, destinato a esser più volte riaperto da studiosi, da mitomani, da cronisti pronti a tastare il polso all'attualità. E se n'è riparlato anche di recente, sull'onda di nuove o seminuove notizie, non si sa quanto affidabili. Non si sarebbe soppresso, Ettore Majorana, gettandosi in mare, il 26 marzo 1938, dal piroscafo Palermo-Napoli, avrebbe invece cercato rifugio all'estero, in America Latina, persuaso di conquistare nella distanza una liberazione, quasi come uno dei viaggiatori di una celebre poesia di Baudelaire: «nous partons, le cerveau plein de flamme, / le cœur gros de rancune et de désirs amers». O forse (versione picaresca), avrebbe condotto un'esistenza da clochard su marciapiedi nostrani, beneficiando più o meno saltuariamente di qualche volenteroso operatore sociale, toccato dal triste spettacolo e anche interdetto per le formule di fisica teorica in bocca a quel mucchio di cenci. Chi adduce una vecchia foto; chi si fa forte di una testimonianza inedita. Quanto basta per rianimare la curiosità; e il caso è di nuovo caldo, s'intende per adesso, per qualche mese o settimana. 



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