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LETTURE/ E' morto il Marx utopico, ma ce n'è un altro che ci "attende"

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Il muro di Berlino, simbolo dei due Blocchi (Infophoto)  Il muro di Berlino, simbolo dei due Blocchi (Infophoto)

Evoca il suo spettro che, come ieri, è "lo spettro di un comunismo che si aggira per l'Europa". Non si finirà mai di fare i conti con questo spettro, avverte Derrida, come con ogni spettro che si rispetti. E tuttavia, ecco l'altro lato del discorso derridiano, non si potrà continuare a ripetere gli slogan con cui i marxisti stessi hanno cercato di imbalsamare l'opera di Marx. Non perché questi slogan siano falsi, avverte Derrida, ma perché di Marx ce n'è più d'uno e non si può essere "eredi di Marx" senza portarne a compimento l'eredità, il che vuol dire senza scegliere a quali delle sue ingiunzioni prestare fede e ascolto. 

Ogni eredità è tale perché si compie nello scarto tra ciò che si eredita e ciò che di tale eredità si fa. E questo discorso diventa liberante proprio nel momento dello scacco storico più cocente che il movimento operaio vive (e tale sconfitta è oggi forse più evidente e disarmante rispetto al tempo in cui Derrida scrisse questo testo). Perché allora il fallimento storico di un progetto politico può essere letto come l'esito di una lettura dei tanti Marx di cui Marx ci ha fatto eredi. In particolare, argomenta Derrida, di quel Marx che era a sua volta ossessionato dagli spettri e dalla spettralità e che sognava, non meno dei suoi avversari politici, la possibilità di un dominio "buono", una padronanza senza padroni, certo, ma pure sempre un'esigenza di controllo, una marginalizzazione delle eccezioni, una pienezza della vita totale, senza ombre, senza scarti. Da questo elemento totalitario di uno dei tanti Marx che abitano l'opera di Marx, Derrida si congeda nel momento stesso in cui riconosce nella "decostruzione", nel suo stesso stile di pensiero e di lavoro, un lascito indelebile di Marx e del marxismo. 

Il trionfo del capitale attraverso la mercificazione totale del vivente, celebrato sulle spoglie del comunismo "morto e sepolto", appariva a Derrida, ed appare ancora oggi, come un gesto scaramantico di rassicurazione, uno scongiuro contro il fantasma di un altro possibile che abita il presente e lo infesta delle tracce di un'altra vita: tanto più l'esigenza di dominio si intestardisce nell'affermarsi come unica via (ieri, per  abbandono del suo avversario storico, oggi, rappresentandosi come unica alternativa alla barbarie fondamentalista), tanto più essa evoca lo spettro che la agita e verso cui il pensiero ha il compito di dirigersi con l'accortezza e l'umiltà che si deve ad ogni sfumatura che si sa decisiva. Ad onta di ogni rassicurazione in contrario c'è — ed è proprio sul senso e sulla modalità di questo "esserci" che occorre interrogarsi — dell'altro che si sottrae allo sfruttamento e alla pianificazione, alle contrapposizioni instupidenti e omicide ed è in e a partire da questo altro che si può ripensare oggi ad una politica che non sia solo spettacolarizzazione interessata o mera gestione dell'esistente. 



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