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ISLAM/ Chi vince e chi perde nella "marcia turca" (e solitaria) di Erdogan

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Recep Tayipp Erdogan (Infophoto)  Recep Tayipp Erdogan (Infophoto)

E allora ecco la Turchia stringere, ad esempio,  insolite e pericolose alleanze con l'esuberante Qatar, condividendone ascese e discese. Eccola appoggiare i Fratelli musulmani e Ennahda prima, e lasciarli poi. Dichiarare, e mai realizzare, l'interventismo nella questione siriana. Da ultimo, le porose frontiere con l'Iraq, utilizzate dall'Isis per rifornimenti di armi, uomini e denari, che hanno insospettito più di un Paese occidentale e quasi tutti quelli del Golfo.

Intanto Erdogan è riuscito a completare la riforma dello Stato.

Da Repubblica parlamentare a Repubblica presidenziale, con tutte le conseguenze autoritarie del caso. Riforma che certo agevola l'azione nell'attuale contesto politico, ma che non incontra le sensibilità più democratiche e garantiste. La costruzione di un nuovo palazzo presidenziale, una reggia praticamente, da fare invidia ai sultani e agli sceicchi, ma lontana dall'austerità propria delle tradizionali istituzioni turche. Poi l'intransigenza verso le rivolte di piazza per la libertà di stampa e contro le norme severe in materia di censura. Ma nonostante tutto Erdogan è andato avanti. L'ultima decisione in ordine di tempo rispetto a quelle ricordate, poteri speciali alla polizia per la sicurezza del presidente e dello Stato.

Quale Turchia troviamo oggi? Quale Turchia, all'indomani della costituzione di una forza militare araba e sunnita? Quale Turchia, cioè, nel nuovo mondo? Una Turchia dal ruolo più sbiadito, certamente. Una Turchia che guarda di nuovo all'Europa come potenziale di sviluppo. Si noti la recente ripresa dei negoziati e l'accordo per il progetto Tap (corridoio di energia dal centro Asia all'Europa). E insieme cerca di riallinearsi con il nuovo assetto confessionale dei vicini arabi. La guerra dello Yemen è infatti una guerra di religione a tutti gli effetti, sunniti contro sciiti. La Turchia, da sempre legata alla cultura persiana, nazione nella sua cultura profondamente asiatica e poco araba, si trova oggi a dover scegliere. Una scelta difficile. Tentare di sparigliare, dandosi un ruolo alternativo alla tensioni fra sciiti e sunniti? Tentare un ruolo di mediazione, come fu in passato, fra le tante anime dell'islam? Proporsi come sintesi possibile fra occidente e oriente?

Davvero difficile dirlo, ma soprattutto realizzarlo. Tuttavia, seppure meno smagliante e più debole, la Turchia ha ancora un ruolo chiave da poter giocare. Ma, come ben segnalato da Alberto Ambrosio, nel recente libro L'Islam in Turchia (Carocci), esso richiede un investimento sul futuro e una, ancora non realizzata, riflessione sulla propria realtà islamica. Così scrive Ambrosio: "nel 2015 la Turchia sarà posta di fronte a una serie di scelte politiche nelle quali l'argomento religioso giocherà un ruolo tutt'altro che marginale. La posta in gioco è l'equilibrio tra democrazia e religione musulmana".

Serena Forni Tajé



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