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LETTURE/ Quando "libertà" (religiosa) non vuol dire più nulla

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Pier Paolo Pasolini (1922-1975) (Immagine d'archivio)  Pier Paolo Pasolini (1922-1975) (Immagine d'archivio)

Mi appresto ad accettare una tale sfida, costretto a ripensare il tema della libertà religiosa alla luce di un così realistico rilievo: anche un tale diritto — alla libertà religiosa — potrebbe finire, infatti, tra i tanti beni "da-consumare" poiché bene del (per il) "consumatore" come suo proprio soggetto portatore. Evidentemente gli scaffali degli odierni centri commerciali non detengono il monopolio sul nostro consumismo quotidiano; quelli del variegato marketing religioso (nel mercato globale attuale) si presenta spesso più nutrito e "spiritualmente" connivente con esso: trovarsi a scegliere tra riti e pratiche religiose può essere consumisticamente più allettante che la scelta tra un'infinita varietà di dopobarba. La grammatica del consumatore vi può permanere non solo immutata ma anche patologicamente più strutturata: la libertà religiosa è diritto tanto quanto quello dell'acquisto di qualsiasi "bene-di-consumo"?! 

Ora, per non buttarla — s'intende anche legittimamente ed urgentemente — in politica vorrei riconsiderare un tale "diritto" alla luce della libertà religiosa del soggetto che ne reclama il legittimo riconoscimento al cospetto della polis. Di quale diritto si può parlare, infatti, se esso non pertiene ad una libertà che ne vive e porta il senso? La sua mancanza, infatti, presenta oggi una gravità condizionante anche dinanzi al diffuso fenomeno del non-rispetto (esplicitamente, violentemente o surrettiziamente) del "diritto alla libertà religiosa": essa ne segna — in linea di fatto come di principio — il suo svuotamento di senso e la sua cristallizzazione formalistica. 

Ci viene in aiuto, a riguardo, l'autorevole documento conciliare Dignitatis humanae (1965), che ci fornisce il fattore decisivo per un ripensamento critico della questione; esso, quanto alla "libertà religiosa" spende una parola "grossa", su cui è quanto mai facile sorvolare, per qualificarne il contenuto: «gli esseri umani devono essere immuni dalla coercizione da parte di singoli individui, di gruppi sociali e di qualsivoglia potestà umana, così che in materia religiosa nessuno sia forzato ad agire contro la sua coscienza né sia impedito, entro debiti limiti, di agire in conformità ad essa: privatamente o pubblicamente, in forma individuale o associata» (DH I, 2). 

Attestare la questione della libertà religiosa sulla centralità della coscienza può voler dire l'aggravarsi del problema anziché avviarlo ad una ragionevole soluzione, data l'equivocità a cui è esposto il significato stesso di questo termine nell'uso comune come in quello anche intellettualmente più affinato. Trovo, dunque, calzante l'osservazione con cui V. Belohradsky la qualifica nel contesto culturale europeo: «Tradizione europea significa non poter mai vivere al di là della coscienza riducendola a un apparato anonimo come la legge o lo Stato. Questa "fermezza" della coscienza è un'eredità della tradizione greca, cristiana e borghese. L'irriducibilità della coscienza alle istituzioni è minacciata nell'epoca dei mezzi di comunicazione di massa, degli Stati totalitari e della generale computerizzazione della società. Infatti è molto facile per noi riuscire a immaginare istituzioni organizzate così perfettamente da imporre come legittima ogni loro azione. Basta disporre di un'efficiente organizzazione per legittimare qualunque cosa. Così potremmo sintetizzare l'essenza di ciò che ci minaccia: gli Stati si programmano i cittadini, le industrie i consumatori, le case editrici i lettori, ecc. Tutta la società, un po' alla volta diviene qualcosa che lo Stato si produce»  (Il mondo della vita: un problema politico, 1981). 



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