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LETTURE/ Quando "libertà" (religiosa) non vuol dire più nulla

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Pier Paolo Pasolini (1922-1975) (Immagine d'archivio)  Pier Paolo Pasolini (1922-1975) (Immagine d'archivio)

Qualche anno fa, nel corso di una lezione accademica (in filosofia), un giovane studente chiosa vistosamente un dialogo sulla libertà nell'attuale contesto culturale con l'esclamazione: "ma professore, lei insiste su questa libertà, ma noi (forse non l'ha capito…) la libertà non la vogliamo!". Se lasciamo ancora passare l'equivalenza vox populi-vox Dei, tutta la storia del pensiero e dei suoi sforzi sembra oscurarsi al cospetto di questa giovanile sentenza, che trova passivamente consenziente quel manipolo di "giovani filosofi" alle prese coi primi testi universitari. 

Le infocate battaglie storiche per la libertà (o in nome di essa), il '68 e la passione rivoluzionaria degli storici contestatori che hanno guidato popoli e società in avventure epocali regrediscono a puro "flatus vocis" per manuali scolastici: libertà è "parola" del passato per gente appartenuta ad un passato irrimediabilmente passato ed ora pietrificato nei libri…di filosofia o di storia. Scrivere o parlare di cose che "nessuno vuole" è, dunque, rischio che viene corso anche da/in questo mio tentativo: la coscienza di questo stato di cose fa parte, come punto d'abbrivio, del vivo di questo mio contributo sul tema della libertà religiosa. 

Parlare o scrivere, infatti, di "libertà religiosa" può palesarsi come una forma patologicamente aggravata di quello stesso quadro socio-culturale pietrificato che il giudizio del giovane studente paventa: di che stiamo parlando?! La stessa furia religiosa di Isis o di Boko Haram, con le loro sempre più numerose vittime cristiane, possono servire a giustificazione per una elusione — perfino ostile — del problema anziché come incentivo ad una riflessione di pensiero sulla questione, come su qualcosa di reale nel presente e non di passatistico-archeologico. Parlare di libertà religiosa senza accusare questo "diffuso" e serpeggiante dis-gusto per la libertà come tale è fare vuota retorica intellettuale, qualsiasi diritto (nuovo o vecchio che sia) si tratti di far valere. 

Non si può più saltare ipocritamente l'amara constatazione di P. P. Pasolini dal profilo sempre più attuale: «I giovani che sono nati e si sono formati in questo periodo di falso progressismo e falsa tolleranza, stanno pagando questa falsità (il cinismo del nuovo potere che ha tutto distrutto) nel modo più atroce. Eccoli qui intorno a me, con un'ironia imbecille negli occhi, un'aria stupidamente sazia, un teppismo offensivo e afasico — quando non un dolore e un'apprensività quasi da educande, con cui vivono la reale intolleranza di questi anni di tolleranza. In effetti la tolleranza al posto della repressione diretta e poliziesca, è stata una decisione del potere; lo stesso potere che ha deciso l'inutilità di valori come la Chiesa, la Patria, la Famiglia, la Moralità del risparmio, ecc., in quanto dannosi all'espansione economica e alla figura ideale del consumatore (…). Non sono i giovani a essere cambiati. E' il potere che è cambiato (…). Si direbbe che le società repressive avevano bisogno di soldati e inoltre di santi e di artisti: mentre la società permissiva non ha bisogno che di consumatori» (Scritti Corsari).



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