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L'INTERVISTA/ Fouad Twal (patriarca latino): vi spiego il "mistero" di Gerusalemme

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Chiede di sentirsi partecipi della loro fatica, di non lasciarli soli. "Io invito tutti a tornare a Gerusalemme, non solo per fare del turismo, ma per scoprire le nostre radici e la vita della prima comunità cristiana, assidua nella Eucarestia… nella preghiera, la carità. Questa è l'unica eterna novità, altro che nuova evangelizzazione, di cui ogni tanto si parla, che c'è di nuovo? Tornare agli Atti degli Apostoli, riprendere quel programma, è la novità". 

E' commovente la tenerezza, la trepidazione per questa città origine e destino dell'umanità, che tutti rivendicano come propria. Cita l'incipit del celebre The tale of two cities di Dickens, l'arabo Twal, e lo modula su Gerusalemme. 

"Città della pace, che non ha mai conosciuto la pace. Gerusalemme unisce tutte le fedi, i cristiani, e tutti li divide, Gerusalemme è una contraddizione, ha fatto piangere Gesù, e le sue lacrime sembrano non aver portato risultato, la Sua agonia continua attraverso le lacrime di tante vedove, orfani, innocenti, l'ingiustizia, l'occupazione militare… è il mistero di Gerusalemme. Alcune volte la risposta non c'è, bisogna accettare di non capire. Non puoi vivere, non puoi amare Gerusalemme senza la croce. Gerusalemme non dipende da nessuno, tutti dipendiamo da Gerusalemme. Gerusalemme deve essere la terra che accoglie, la Chiesa madre che accoglie, non sarà mai  esclusivamente di un popolo. Neanche la pace, non sarà mai per un popolo solo, o tutti godiamo di questa pace o continuiamo in questo ciclo di violenza che fa male a tutti, che fa male all'occupante e all'occupato". 

La parola del Patriarca, la parola della Chiesa, è una sola, da tempo: due stati, con confini certi, una soluzione di giustizia per i profughi palestinesi, l'abbattimento di tutti i muri, lungimiranza nei nuovi insediamenti. Un'alternativa non c'è. 

"Io non ho mandato per parlare a nome degli arabi o degli israeliani, ma io parlo lo stesso, e dico: volete due stati? Facciamo due stati. Volete uno stato? Facciamolo, uno stato democratico, però, dove tutti possono votare. E con un milione e 700mila palestinesi si rischia un presidente israeliano che si chiama Mahamoud. Non si può gestire il conflitto senza avere voglia di risolverlo. Si sta facendo di Gaza martoriata una fucina di terroristi. Le condizioni degli uomini contano, e determinano le loro azioni. Bisogna saperlo".

I cristiani, il suo piccolo gregge, oggi, è segno di contraddizione e instancabile riferimento di dialogo e comprensione. Non si preoccupa dei numeri, della scristianizzazione che, ricorda, è fortissima anche da noi. E' erede di una famiglia di beduini, conosce la minoranza, l'esodo, le ripartenze, la tenacia e la fierezza.



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