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LETTURE/ Dante di fronte a Paolo e Francesca: si può morire per amore?

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Antonio Canova, Amore e Psiche (1788-93) (Immagine dal web)  Antonio Canova, Amore e Psiche (1788-93) (Immagine dal web)

Innanzitutto, l'espressione al v. 39, "la ragion sommettono al talento", che identifica la natura del peccato scontato in questo secondo cerchio: la ragione, elemento distintivo dell'essere umano (come sottolineato da Dante stesso nel Convivio seguendo Aristotele, il grande protagonista della filosofia duecentesca), è stata in questo caso sottomessa all'istinto, invece di governarlo seguendo la conformazione della natura umana (che Dio ha stabilito essere "razionale"). Ed è interessante ricordare come per Dante il connotato di tutti i dannati sia proprio l'aver perduto "il ben de l'intelletto" (Inf., III, 18).

In secondo luogo, il discorso di Francesca, che, se privo del risentimento che altri dannati mostreranno verso il giudizio divino, sembra tendere ad una continua "giustificazione" dei due amanti: ad Amore, in qualsiasi maniera si manifesti, è impossibile non corrispondere (v. 103); Amore si lega "ratto" ad un cor gentile, come fu quello di Paolo (v. 100); leggendo insieme, i due amanti erano privi di qualsiasi sospetto, quindi il loro non fu un atto deliberato (v. 129); la colpa fu del libro, "Galeotto" come il siniscalco che indusse Ginevra a baciare Lancillotto.

In terzo luogo, la pietà che Dante dimostra per i due amanti e che lo prende così tanto da farlo venir meno.

Partiamo dall'ultima e dalla prima osservazione. Quella di Dante non sembra essere in nessun modo una giustificazione dei due amanti, un compatimento che si arrende davanti all'insondabile giustizia divina (come alcuni hanno proposto): sembra piuttosto essere il dolore dinanzi alla pena di un peccato che, come tutti gli altri peccati, sottrae umanità all'uomo stesso, lo rende meno libero. Quella sostanziale, strutturale apertura alla realtà e all'alterità che nell'antropologia aristotelica e tomista è espressa dall'inclinazione umana, dalla sua voluntas, se non è retta dalla ragione è paragonabile al movimento degli animali, i quali sono "mossi" dall'esterno e non muovono se stessi liberamente. L'amore umano invece è proprio questo movimento, libero e ragionevole, frutto di un'elezione, verso qualcosa che si è giudicato essere un bene per sé. Dante sa tutto questo, e nello stesso tempo sa che il peccato in cui sono incorsi Paolo e Francesca è una drammatica espressione della grandezza umana: più un'esperienza è totalizzante, come l'affezione nell'uomo, più lo chiama verso l'alto, più rischia anche di farlo cadere in basso. Dante sa tutto questo, esperto "de li vizi umani del valore" ed essendo passato anche lui, in qualche modo, attraverso una tale concezione dell'amore (luogo comune della critica è la condanna, in questo canto, di tutta una letteratura che dai provenzali arriva ai poeti toscani, fra le cui fila anche Dante ha militato).

Francesca però sembra ignorare una parte del problema, sottolineando la fatalità dell'accaduto ed eliminando la possibilità di scelta da parte sua e di Paolo. Ma Dante per ora è "confuso" davanti ai due cognati (Inf., VI, 2-3): dovrà proseguire il suo viaggio per capire come stanno veramente le cose. 



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