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LETTURE/ Dante di fronte a Paolo e Francesca: si può morire per amore?

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Antonio Canova, Amore e Psiche (1788-93) (Immagine dal web)  Antonio Canova, Amore e Psiche (1788-93) (Immagine dal web)

"Amor, ch'a nullo amato amar perdona", "Galeotto fu 'l libro e chi lo scrisse", "E caddi, come corpo morto cade"… E ancora: "Quali colombe dal disio chiamate", "La ragion sommettono al talento": il canto V dell'Inferno dantesco, con le sue celebri ed icastiche espressioni, è sicuramente uno dei luoghi della letteratura italiana più presenti all'orecchio e alla memoria del lettore italiano (e non solo).

E tra i fattori che hanno contribuito al diffondersi della fama dell'episodio di Paolo e Francesca c'è sicuramente, oltre alla sapiente maestria poetica di Dante che in questo canto raggiunge uno dei suoi vertici, l'immediato interesse che l'argomento suscita in un qualsiasi lettore: la vicenda della passione amorosa. Fra tutti i peccati che i dannati scontano nei vari cerchi infernali, quello dell'amore passionale è quello che più immediatamente permette un'immedesimazione da parte di chi legge, essendo l'amore (in qualsiasi sua forma) una delle vicende più profonde della storia di ogni uomo.

Questa immediata consonanza, se pure ha contribuito e contribuisce a generare un sano interesse per il passo dantesco in questione, rischia tuttavia di diventare un ostacolo qualora non si voglia veramente giungere al profondo significato morale che Dante ci mostra a proposito della vicenda dei due amanti. 

Basterebbe porsi innanzitutto alcune domande per "sfondare" la possibile superficie di una lettura sentimentale del canto V: che cos'è l'amore (per Dante, e per ciascuno di noi)? Come si trova e come prende posto nell'animo umano? Perché punire nell'Inferno un'esperienza così profonda e totalizzante, fra le più affascinanti della storia umana? E che cosa afferra Dante dinanzi alla vista dei due amanti, eternamente uniti eppure mai in pace, tanto da farlo cadere come "corpo morto"?

La domanda sulla natura di Amore, protagonista del dibattito tutto duecentesco che dalla scuola siciliana arriva ai poeti del "Dolce stil novo" (passando per l'imprescindibile De Amore di Andrea Cappellano), vede affidato a Dante un ruolo di primo piano. E nella sua Commedia Dante tenta di proporre la sintesi di un lungo cammino personale che dalla Vita Nuova e dalla perdita di Beatrice lo porterà alla visione di Dio facie ad faciem.

Il canto V rappresenta uno snodo fondamentale di questa sintesi. La vicenda è nota: Francesca, nativa di Ravenna, moglie di Gianciotto Malatesta signore di Rimini, si innamora di suo cognato, Paolo Malatesta. I due, sorpresi dal marito di lei, vengono barbaramente uccisi. La pena dei due amanti sarà quella di essere per l'eternità in balia di un vento in tempesta, della "bufera infernal che mai non resta". Possiamo soffermarci su alcuni passi, in particolare, che è come se mettessero in gioco le questioni più importanti che animano il cammino spirituale di Dante pellegrino attraverso i tre regni.



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