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SALONE DEL LIBRO/ Perché andiamo cercando (chi più, chi meno) libri di carta?

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Vengono in mente quel gesuita finissimo e geniale che fu Walter Ong e il suo Oralità e scrittura, libro profetico e capitale che nel 1982, leggendo la storia della parola e del passaggio dalla parola orale alla parola scritta, definì la scrittura come tecnologia. Una tecnologia, aggiungeva, ormai talmente interiorizzata da non apparirci più tale, sì da marcare una svolta antropologica irreversibile, quella tra il pensiero orale e il pensiero scritto, ben superiore sul piano qualitativo alle svolte avvenute con l'avvento della stampa e con l'allora incipiente avvento dell'informatica.

Proprio oggi infatti, in un tempo in cui forme ibride di oralità risorgono imponenti a mezzo di finta scrittura — pensiamo agli sms, alle e-mail e alla messaggistica istantanea di vario genere — possiamo intuire meglio l'artificialità della scrittura che Ong asseriva e sottolineava, non intendendo al termine artificiale una connotazione negativa, ma un semplice dato di fatto. Scrivere, informare una visione in una sequenza di suoni e organizzare questa sequenza in segni che la fissino e la trasportino per sempre al di là del qui e ora, è un atto eminentemente artificiale, o meglio, non innato; e così la narrazione sequenziale che nasce con il nascere della scrittura, sostituendosi a quella circolare e psico-musicale. 

È forse questo il motivo per cui oggi ancora si scrivono e si leggono libri di carta? Perché le nuove forme di scrittura non possono — al di là di ogni strategia di marketing — sopperire integralmente a quell'artificialità del sapere scritto e sequenziale ormai così interiorizzata in noi da divenire necessaria? Quando tra qualche anno la prima generazione di nativi digitali prenderà le redini del potere avremo le prime risposte reali, che confronteremo con i sociologismi pigri che oggi ci appannano la vista. Vedremo se sapremo adattarci a un'oralità di ritorno travestita da scrittura (e allora né colossi né microbi faranno più gli editori) o se — in qualche forma ancora nei pensieri di Dio, magari al chiuso di un nuovo monastero come quello di Un cantico per Leibowitz — riscopriremo il miracolo della parola pensata e scritta, del dare i nomi alle cose per sempre. Qui e ora. Ovunque e sempre.

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