BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |
Imposta Come Homepage   |   Ricerca Avanzata  CERCA  

SALONE DEL LIBRO/ Perché andiamo cercando (chi più, chi meno) libri di carta?

Pubblicazione:

Infophoto  Infophoto

Il Salone del Libro è luogo di materia, più che di idee, e come la materia segue perciò la legge di Lavoisier: non si crea, non si distrugge, al massimo — parcamente — si trasforma un poco. La trasformazione di quest'anno, che percorre un filone iniziato già nelle ultime edizioni, è l'attenzione al dover essere delle tendenze editoriali: anche quest'anno, quindi, cucina ed editoria digitale la fanno da padroni nell'organizzazione degli spazi e degli incontri.

Editoria digitale, ma cucina rigorosamente di carta. E in effetti il primo dato che investe chi si avventuri a zonzonare per un paio d'ore tra gli stand è la quantità impressionante di carta che si continua a imbrattare e vendere. Ma se siamo ormai completamente assorbiti in un'antropologia digitale — per cui se ci si ferma la connessione siamo letteralmente impossibilitati a lavorare e gravemente menomati nel vivere — chi compra oggi i libri? I libri di carta? E quali libri compra? 

A uno sguardo parziale e fieramente non statistico (perché diciamoci anche questo: il data-journalism è il modo più elegante per non giudicare la realtà che si vede, nell'illusione di renderne una versione oggettiva e scientifica), sembra che anche qui come altrove la classe media sia la vittima privilegiata. È vero, è vero, tutta la giusta retorica sui medi editori che sono gli unici a fare ancora il proprio mestiere, eccetera eccetera, ma quel che si vede in giro è lo stesso fenomeno che si annusa anche sul web: la reggenza dei colossi, che tendono ad accorparsi e assorbirsi in una brama da ipermercato; e la resistenza, anzi la fioritura dei microbi, di maison da due-tre impiegati e dodici-quindici libri all'anno, fortemente specializzate o comunque costruite attorno a un main topic, possibili a reggersi solo in virtù della loro struttura agilissima e del traino generale dei corpaccioni mondadoriani e rizzoliani. Chi sta in mezzo, sembra oggettivamente sempre più compresso tra spese di struttura e di produzione insostenibili se si debba dare da vivere ad almeno cinque-sei impiegati e un mercato che oggettivamente non può sostenere tutta quella produzione nel classico prodotto libro. E ciò di cui parlo non è saturazione del libro, ché uno può anche comprarselo e non leggerlo mai, ma della saturazione che ne sta alla radice, quella della produzione e trasmissione di contenuti. 

Torniamo così alla questione originaria: perché la gente ancora oggi, quando sempre più frequentemente i contenuti desiderati sono immaginati e cercati ab origine e non trovati, inventati (da invenio) in azione; e quando questi contenuti — sempre più spesso di qualità eccellente — si trovano gratuitamente o con poca spesa nella rete organizzati secondo un modello ipertestuale e non sequenziale, quindi teoricamente più a portata di tempo realmente disponibile, rispetto a un ponderoso tomo; perché, ci si chiede, le nicchie e le masse cercano ancora libri di carta? 



  PAG. SUCC. >