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LETTURE/ La libertà religiosa e quella lezione di verità che viene dai pagani

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Proverei ora a declinare le movenze di questa "coscienza" — in senso paolino — dall'interno dell'esperienza pagana tardoantica, così da impedirci di confonderne la trattazione con una qualche surrettizia forma di apologia di una qualche "religione", fosse anche quella "cristiana". Lo faccio con due testi di quella tradizione che (con fedeltà al pronunciamento iniziale di V. Belohradsky) è genuinamente greco-romana, raffrontandoli poi con un passaggio dalla patristica cristiana: di qui qualche nostra conclusione. I primi due mi danno modo di indicare, per così dire in-negativo, i tratti della coscienza religiosa pagana laddove essa è, internamente, accusa esigenziale di una mancanza, preziosa per il nostro contributo.
Il primo dei testi scelti è tratto dal De natura deorum di Cicerone, scritto nel I secolo a.C. Chi parla è un pontefice pagano, Cotta, preposto al culto, nella cui coscienza si assommano simmetricamente un certo scetticismo filosofico ed un intransigente conservatorismo religioso: "Io che sono un pontefice e credo che bisogna conservare piamente le cerimonie religiose e tutto il culto nazionale, vorrei avere, in ciò che concerne il primo punto (sc. esistenza degli dèi) più di un'opinione, vorrei pervenire alla conoscenza vera (…) Dovevo difendere le credenze che ci hanno trasmesso i nostri antenati riguardo agli déi immortali, ai sacrifici e alle cerimonie religiose. Io sono pronto a difenderle come ho sempre fatto e nessun discorso, sia quello di un sapiente o di un ignorante, mi farà abbandonare l'opinione tradizionale relativa al culto, quando si tratta della religione (…). La religione romana è consistita in primo luogo nei sacrifici e negli auspici (…). Ho la convinzione che, quando Romolo istituì gli auspici e Numa i sacrifici, posero i fondamenti della nostra città (…). Tu conosci adesso qual è il sentimento di Cotta, il pontefice. Ma ad un filosofo come te, io debbo domandare di fondare la religione con la ragione; davanti all'autorità che hanno i nostri antenati io mi inchino senza chiedere loro una giustificazione razionale" (De natura deorum, I-III passim).
La coscienza religiosa del pontefice soffre un'evidente coazione dovuta ad un dualismo patologico: pur forte di conservazione si vede povera e debole di ragione e domanda così "di fondare la religione con la ragione". Attenzione: questo stato coatto della sua coscienza rileva una patologica condizione statutaria negli stessi "fondamenti della nostra città". Egli non si accontenta di presiedere autorevolmente al variegato cielo religioso del politeismo pagano e delle sue più fantasiose forme cultuali. Per lui (com'è attuale questo!) è questione di "pervenire alla conoscenza vera" di quel mondo; anche per lui, come per noi, "riguadagnare i fondamenti è l'urgenza più grande che abbiamo" (J. Carrón).



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