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OSCAR WILDE/ Se l'uomo non può fare a meno dell'inutile

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Oscar Wilde (1854-1900) (Immagine dal web)  Oscar Wilde (1854-1900) (Immagine dal web)

A 26 anni Wilde visiterà gli Stati Uniti in lungo e in largo, rilasciando interviste, tenendo conferenze sull'arte e la letteratura: "Wilde è un grande alfiere dell'estetismo — ha commentato il relatore che per le edizioni Lindau ha raccolto le Interviste americane —. Nell'Inghilterra del positivismo, un mondo di fatti e di strumenti meccanici, l'estetismo è una sorta di grande reazione: a Wilde non basta l'utile, lui vuole l'inutile, il bello". Da qui l'attualità dell'autore: "Credo che Wilde sia uno degli autori più contemporanei, più politici del nostro tempo — e anche questo è un segno di speranza — proprio perché è un alfiere dell'inutile".

Fra aneddoti e battute taglienti tratti dalla produzione di Wilde, il discorso di Rialti si sposta nuovamente in Inghilterra. Al ritorno dagli Stati Uniti lo scrittore si sposa ed ha due figli. E' l'inizio della "stagione dorata", con la pubblicazione de Il ritratto di Dorian Gray dove fa il suo ingresso "l'ossessione fra apparenza e realtà", sintomatica del dissidio interiore che accompagnerà Wilde nel corso della sua esistenza e delle sue relazioni, quella con Alfred Douglas in primis. Da qui al processo, alla scoperta, da parte del grande pubblico, dell'omosessualità del drammaturgo, il passo è stato breve. "Wilde si difese come un leone — ha ricordato Rialti. In tribunale i giudici leggendo un passaggio di un libretto osé gli chiesero se l'avesse trovato immorale. 'Peggio, è scritto male' fu la risposta".

Al di là del sarcasmo, la vicenda processuale si conclude, per lo scrittore, con la condanna a due anni di lavori forzati. La discesa negli inferi ha inizio: in carcere subisce soprusi e violenze, senza contare "il divorzio dalla moglie e i figli che non lo vedranno mai più e che dovranno cambiare nome". Fra le ombre dell'abisso carcerario prende forma De Profundis, una lunga lettera indirizzata a Douglas nella quale Wilde confessa che il carcere gli ha tolto tutto, tranne se stesso: "Riconoscere che l'anima dell'uomo è inconoscibile è il risultato supremo della saggezza. Il mistero finale è se stessi". La comunione con il proprio io spinge Wilde verso l'accettazione del dolore, e, senza per questo rinnegare nulla del suo passato, l'estetismo trova una sua continuità anche nella sofferenza: "Non rimpiango per un solo momento di essere vissuto per il piacere — scrive — non ci fu piacere che non sperimentai, gettai la perla della mia anima in una coppa di vino, scesi il sentiero fiorito al suono dei flauti. Vivevo nutrendomi di miele. Ma continuare a vivere la stessa vita sarebbe stato un errore, perché mi avrebbe limitato. Dovevo andare oltre...". 



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