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OSCAR WILDE/ Se l'uomo non può fare a meno dell'inutile

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Oscar Wilde (1854-1900) (Immagine dal web)  Oscar Wilde (1854-1900) (Immagine dal web)

In quell'oltre s'intravede anche Cristo, "una figura importante nella vita di Wilde". In carcere Wilde ritradurrà, infatti, tutto il Vangelo, fornendo la sua interpretazione delle scritture: "Cristo — scrive  — non aveva pazienza con gli ottusi sistemi meccanici che trattano le persone come se fossero cose, come se qualcuno, o magari qualunque cosa, fosse simile a qualunque altra cosa al mondo. Per Lui non c'erano leggi, c'erano soltanto eccezioni".

Il tema dell'unicità della persona, della bellezza di quello che la società talvolta definisce imperfezioni, il tema della singolarità, torna fra le righe del De Profundis, opera pubblicata dopo la morte di Wilde. Nella lettera, consegnata poi all'amico e critico letterario Robert Ross, Wilde presagisce quale sarà il suo destino al di fuori dal carcere, il suo futuro fatto di stenti, povertà; la sua sarà la vita di un paria, errabonda. Dal carcere uscirà però con una nuova consapevolezza: "E se la vita sarà per me un problema, e di certo lo è, io non sarò un problema minore per la vita". "Dobbiamo tenercelo caro il fatto che siamo un problema — ha commentato Rialti — dobbiamo diffidare da chi ce lo vuole risolvere". Del resto nessuno risolse i problemi, soprattutto economici, di Wilde, che rimase fedele al suo sarcasmo fino alla fine, fino all'ultima stilettata, all'ultima sfida, quella con la carta da parati della stamberga parigina dove esalò il suo ultimo respiro. "Questa carta da parati e io stiamo combattendo — disse Wilde fissando la parete — sino alla morte. Uno di noi due se ne deve andare...". Se fosse una battaglia per cui valeva la pena di combattere o meno, questo, può saperlo solo Wilde; è certo, però, che a vincerla, a oltre cento anno dalla sua dipartita, è stato "l'alfiere dell'inutile", "il re in esilio".



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