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GIOVANNI FALCONE/ La vera "antimafia"? Educare seriamente, tutti i giorni

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Giovanni Falcone (1939-1992) (Immagine dal web)  Giovanni Falcone (1939-1992) (Immagine dal web)

Dimentica forse che quel cognome è molto diffuso e non solo nel palermitano. Forse bisognerebbe acconsentire, a chi lo desidera, di poterlo cambiare, ovviamente con spese a carico della collettività. Ma il sindaco aggiunge: "Ho il fondato sospetto che nel dopoguerra l'intitolazione della strada fu il frutto di complicità fra gli amministratori dell'epoca e la mafia. Insomma, un gentile cadeau al boss Badalamenti. E un altro partigiano di Cinisi, invece, non ha mai avuto alcun riconoscimento". E per togliere ogni sospetto conclude: "Infine a me risulta che Salvatore Badalamenti non sia stato trucidato. L'unico atto pubblico che ho a disposizione arriva dal Comune in provincia di Cuneo dove il partigiano è deceduto e dice che Badalamenti è morto per cause naturali. Si può trattare di un errore, i Comuni possono sbagliare, oppure è possibile che si sia costruita una storia non reale". 

Interrompiamo il racconto risparmiando le ulteriori polemiche, sopratutto quelle nate per la proposta di intitolare la strada a san Giovanni Paolo II piuttosto che a Felicia Bartolotta Impastato, mamma di Peppino, scomparsa il 7 dicembre 2004.

Il secondo avvenimento riguarda una modalità alquanto diversa e certo più positiva di onorare la memoria di un martire della mafia ucciso a Camporeale, non molto distante da Cinisi, nel 1988: il dottor Giuseppe Montalbano. Era il medico condotto del paese ed aveva a suo carico solo una colpa: far bene il proprio compito di medico a servizio e a disposizione di tutti. Era, insomma, una persona per bene che "faceva ombra" al piccolo boss del paese. Questi ne chiese la eliminazione a Giovanni Brusca, il capo mandamento di san Giuseppe Jato e costui, pur non comprendendone le ragioni "strategiche", acconsentì (la vita val ben poco per la mafia). Fu ucciso nel disinteresse di tutti, benché tutti sapessero che solo la mafia poteva compiere tali atti criminosi. In via quasi casuale nel corso di altro processo, Brusca si accusò di quell'omicidio. 

"Quando abbiamo letto gli atti processuali — racconta il figlio Valerio — ci siamo chiesti: 'Dunque, giustizia è fatta? Cosa c'è oltre la Giustizia, oltre una sentenza di condanna degli assassini del proprio padre?'. Avendo davanti agli occhi la vita di nostro padre avvertivamo che anche se la giustizia terrena aveva fatto diligentemente il suo compito, la sentenza da sola non poteva rendere giustizia alla 'vita' di nostro padre! Dopo l'omicidio e per tanti anni noi familiari siamo stati considerati dei vinti, al massimo da commiserare per l'ingiustizia subita. Questo giudizio ci è stato sempre molto stretto. Potevamo, insomma, sentirci appagati da una pur giusta condanna all'ergastolo? Certamente no! Perché oltre la giustizia c'è la vita, e la vita continua ed è continuata, ricca di tante altre positive esperienze, nate in modo spesso imprevisto, che ci hanno suggerito il modo migliore per onorare la figura di nostro padre. E la Vita non la puoi rinchiudere in una sentenza, non la puoi legare ad una condanna, la puoi solo raccontare, anzi meglio, la puoi solo testimoniare".



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