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1915-2015/ 24 maggio, Piave "dimenticato"?

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Il 24 maggio 1915 l'Italia entrava in guerra in un quadro politico interno rovente (tra scontri all'arma bianca degli accaldati interventisti contro i fermi propositi dei neutralisti, le cui fila erano alimentate dai grandi movimenti popolari cattolico e socialista), e pure con un bel colpo di mano istituzionale, contro la "cattolicissima" Austria. E mentre «il Piave mormorava calmo e placido al passaggio dei primi fanti», l'Europa era attraversata dal suo conflitto sino allora più sanguinoso (la prima famosa Blitzkrieg) da quasi un anno, avvalorando tragicamente attraverso i fumi delle trincee l'espressione di cui si sarebbe servito poco più avanti papa Benedetto XV con i capi di Stato europei, quella di "inutile strage". 

Al popolo italiano la chiamata alle armi fu narrata e imposta come la quarta guerra d'Indipendenza contro il dispotico impero asburgico, il viatico finale per la liberazione di quelle regioni che, con un magnifico e inconsapevole ossimoro catto-laicista nazionalpopolare, furono definite le "terre irredente" (Trentino, Venezia Giulia, Fiume e Dalmazia). Si abbandonava così a un tratto la posizione di neutralità voltando le spalle alla Triplice Alleanza — certo non proprio una manovra ispirata al bon ton diplomatico… —, mentre la propaganda — attraverso proclami, bollettini, giornali, etc. — scaldò le nuove impreparate reclute e tutto il Paese dietro di loro frapponendo un muro di odio con i confinanti abitanti di parlata germanica. I quali ci additarono, non tanto a torto in questo, come traditori dei supremi patti internazionali che spaccavano allora l'Europa in due blocchi.

Certo tutto questo dolore ha lasciato un segno profondo nei sentimenti delle generazioni seguenti la prima guerra mondiale, che spesso videro parenti spararsi l'uno contro l'altro dai rispettivi versanti delle Dolomiti; e non è con ciò che non si voglia riconoscere la sofferenza che ha allontanato le due comunità e successivamente ha fatto vivere loro periodi di grande incertezza e tensione come quello della "guerra dei tralicci". Che però oggi sono ancora in Italia — e, sia concesso, ne beneficiano —, anche per gli accordi che i rispettivi padri e nonni stabilirono con il loro corregionale Alcide De Gasperi. 

Spiego da tempo ai miei studenti — compagni ideali di coloro ai quali un tempo Federico Chabod e poi Guido Verucci, appena mancato, si rivolgevano così: «Voi siete i miei libri non scritti» — che l'erosione dello Stato-nazione continentale nell'età contemporanea presenta due movimenti contrari e concomitanti, uno centrifugo — l'europeizzazione — e uno centripeto, il localismo, processi che si approssimano alla definizione dovuta a Zygmunt Bauman di "glocalizzazione". E che dopo il 1945 è definitivamente tramontata nell'orizzonte morale occidentale, soprattutto nei fumi delle città di Londra e Berlino e poi dei camini di Auschwitz, la convinzione che la guerra possa essere "giusta", o persino produttiva, ma debba avere puramente contenuti autodifensivi (leggi Onu, etc.).



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