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1915-2015/ 24 maggio, Piave "dimenticato"?

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Da questa prospettiva, indubbiamente, l'entusiasmo con cui tanti uomini — anche intellettuali, persino preti a volte — aderirono alla italica chiamata alle armi nell'ultimo rivolo di sentimento risorgimentale che abbia percorso il nostro Paese (di altra pasta fu infatti il seguente mussoliniano "sogno dell'Italia romana"), forse non ben consapevoli del rischio di andare in molti casi a farsi massacrare, appare oggi quanto di più lontano, quasi archeologico, persino quasi imbarazzante per il doveroso rispetto con cui comunque va trattato, parlandosi in alcuni casi di veri e propri eroi. Un rispetto che si deve a maggior ragione alla massa di contadini — si pensi ai famosi "Ragazzi del Novantanove" — che dai lembi più estremi della Penisola furono contingentati sul confine triveneto, facendosi tirare giù come birilli grazie anche alle incerte e pompose strategie di vecchi impreparati generali sabaudi, fino e anche dopo la disfatta di Caporetto.

Eppure quando ancora oggi leggiamo quelle drammatiche, forse magniloquenti per le nostre orecchie, espressioni del napoletano generale Armando Diaz da Vittorio Veneto: «La guerra contro l'Austria-Ungheria che, sotto l'alta guida di S.M. il Re, duce supremo, l'Esercito Italiano, inferiore per numero e per mezzi, iniziò il 24 maggio 1915 e con fede incrollabile e tenace valore condusse ininterrotta ed asprissima per 41 mesi, è vinta […] I resti di quello che fu uno dei più potenti eserciti del mondo risalgono in disordine e senza speranza le valli che avevano discese con orgogliosa sicurezza», sinceramente credo che pochi non avvertano un brivido particolare di italianità, lo stesso forse che le persone della mia generazione hanno provato quando il friulano Dino Zoff ha alzato la terza Coppa al cielo.

Con mio padre andavamo al cimitero Vantiniano di Brescia per visitare, tra l'altro, il mausoleo dove vi è una lapide di mio bisnonno Angelo, morto nel 1916 sul fronte italo-austriaco. Mi ero domandato diverse volte cosa ci fosse dietro quella piccola pietra, e concludevamo di solito che si trattava di poveri resti mescolati tratti dalle buche dei cannoni. Poi, qualche anno fa, casualmente mi sono imbattuto in questo pdf online, dove al n. 612 compare il soldato Gheda Angelo del 16° Bersaglieri, caduto il 19 marzo 1916. Così mio padre ha potuto visitare il reale luogo di sepoltura del nonno a cui deve il nome, presso il Tempio Ossario di Timau, ed io ho capito che un pezzetto di quella storia che inizio il 24 maggio 1915 riguarda anche me, e non lo posso dimenticare. Tantomeno oggi.


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Dell'autore segnaliamo il libro in uscita in questi giorni, scritto con Federico Robbe, "Andreotti e l'Italia di confine. Lotta politica e nazionalizzazione delle masse", Guerini & Associati, proprio sui momenti che disegnarono gli accordi tra Roma e le autonomie speciali dell'arco alpino (ndr).

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