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1915-2015/ 24 maggio, Piave "dimenticato"?

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Come può cambiare un paese in (soli) cento anni? Un secolo sembra tanto, e se lo guardiamo secondo la prospettiva di Eric Hobsbawm e dell'accelerazione della storia contemporanea, risulta ancora più lungo e denso rispetto ai processi di trasformazione economica, culturale, socio-politica e tecnologica che al suo interno hanno interessato l'Occidente. Eppure, se come punto di riferimento si prende l'idem sentire di una giovane nazione come la nostra, ecco che la prospettiva muta, e il 1915-2015 può pure risultare un periodo ancora piccolo per potere indossare finalmente e fino in fondo i panni degli italiani, secondo la celebre massima attribuita al d'Azeglio. 

E stando poi ai trascorsi degli ultimi vent'anni, quelli per intenderci della cosiddetta Seconda Repubblica, un secolo sembra ancor meno rispetto ad una linea di approfondimento del senso di appartenenza al Paese, al pieno compimento del suo national building; anzi sembrerebbe addirittura risultare, perlomeno per una parte della Penisola, come un percorso per certi versi a ritroso, quasi di allontanamento. Questo dice il panorama politico odierno, attraversato dai localismi, talvolta xenofobi, sempre antiromani e pure anti-italiani impersonati spesso da (pro)nipoti di soldati morti sul Carso; lo stesso afferma l'antipolitica nel suo complesso, su un punto d'accordo con i succitati "leghismi" (d'antan e dell'ultim'ora), e cioè nell'esprimere la somma, quasi antropologica sfiducia nei confronti delle istituzioni di un Paese e delle sue capacità di costruirle, alimentarle e tutelarle.

Forse proprio per questo, in questi ultimi anni un sentimento piuttosto schizofrenico ci attraversa mentre assistiamo all'impegno di molti onesti e sinceri uomini di Stato, in primis i presidenti della Repubblica, che si sforzano di celebrare i sacri (davvero?) ricorsi dell'Historia Patriae, da quelli risorgimentali a quelli unitari sino a quelli repubblicani, in un clima dove nella migliore delle ipotesi al sentimento di fratellanza nazionale viene tirata la "giacchetta" da qualche parte politica che si ritiene moralmente superiore alle altre e magari pure legittimata come sua unica, genuina interprete. 

Così sarà di nuovo, temo, oggi per il 24 maggio (1915-2015, cifra tonda!). Le avvisaglie ahimè ci sono tutte, vedasi la nuova polemica di ieri proveniente da Bolzano, dove il sindaco pro tempore di tradizione etnica tedesca (ex alpino!) vuole abbassare a mezz'asta quel Tricolore che il presidente del Consiglio ha chiesto di far sventolare su tutto il paese per ricordare l'unica vera, sanguinosa, drammatica vittoria del nostro Paese (e pure se dopo molti l'avrebbero chiamata "dimezzata"). Si tratta di un ritornante, tradizionale segno di disunione — prima di tutto umana — che cela a mala pena un'idea di autonomismo fraintesa se non meramente opportunistica. E verrebbe da dire che non è certo con questo stile che si sprona il governo italiano a tenere in debito conto le ragioni storiche — e soprattutto economicamente attuali — delle regioni autonome a statuto speciale, in tempi di "vacche magre" come il presente.



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