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LETTURE/ Luzi, Strand, Cvetaeva: che cosa vuole da noi la poesia?

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Ed è per questo che quando devo parlare di poesia, cercare di spiegare che cosa sia per me, solitamente inizio a dire i versi che mi hanno accompagnata e formata nel corso dei miei trent'anni. 

Certo, può essere necessario un contesto, magari in alcune occasioni occorre raccontare brevemente la situazione, spingersi a dare un'interpretazione, ma bisogna stare attenti a non scavalcare la poesia. Immersa in tante parole a volte rischia di diventare un aspetto tra i tanti.

E sembra un paradosso. Luzi parlava della poesia come di una particolarissima forma linguistica che cerca, nel giro di poche parole, di tenere in sé il mondo (anche se inevitabilmente troppo mondo resta escluso). Siamo nel linguaggio simbolico, la forza di una parola che nominando una cosa riesce ad accogliere una molteplicità, anche nel suo apparente rifiuto. 

E così arrivo al primo quesito: di che cosa parliamo quando parliamo di poesia?

Vorrei avere una risposta univoca e portarla qui con sicurezza. Ma più ci penso e più mi sfugge. Più vado avanti, più si sfaldano le categorie che credevo di avere. 

Vorrei leggervi decine, centinaia di versi meravigliosi che parlano di poesia, ognuno con un proprio valore, una propria immagine: chi la vede in mezzo a una strada a urlare contro la borsa valori del mondo esclamando "qui è il male qui è il male" (B. Patten) e chi "a volte nelle sere" scorge "un volto" che "ci/ guarda dal fondo di uno specchio" e può dire "l'arte deve essere come quello specchio/ che ci rivela la nostra stessa faccia" (L. Borges); o ancora, c'è chi la immagina come un Orfeo al contrario, con la sua Euridice che lo obbliga a guardarla afferrandogli il volto e dicendogli "Dammeli te ne prego/ gli occhi la fronte la bocca fa che un'altra volta mi rapiscano/ uno sguardo ora che mi avvolga per sempre" (R. Browning).

Se poniamo queste e altre immagini una accanto all'altra, ne esce un quadro stupefacente, alla Bosch, un giardino delle delizie, "fuori norma" (E. Panofsky), a cui si trova una chiave chiudendolo: un mondo grigio, informe, pieno di possibilità, che nasconde dall'altro lato della tela il secondo tempo della creazione, un "luogo per perdersi, un labirinto dello sguardo" (M. Certeau).

Ecco, mi sono accorta di non riuscire a rinunciare a nessuna di queste possibilità.

In un apri e chiudi continuo io davvero mi sento come il Pinocchio di Peter Hartling "Cuore di sillabe […] / in frasi saltella la mia vita".

La poesia diventa, usando le parole di Carlo Ossola, "pensiero capace di abbracciare gli universali della nostra condizione e racchiudere tutta una vita in un verso". 

E adesso sto guardando il quadro chiuso.

Certo, è un valore altissimo quello che così le si assegna: un verso capace di scavare e pronunciare ciò che ha attorno, in assonanza o dissonanza, e capace poi di continuare al di là della propria contingenza.



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