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LETTURE/ Luzi, Strand, Cvetaeva: che cosa vuole da noi la poesia?

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Marina Cvetaeva parlando dell'opera universale scriveva che "dopo aver dato tutto al suo secolo e paese, dà ancora una volta a tutti i secoli e a tutti i paesi. Dopo aver rivelato fino al massimo limite il suo secolo e paese, mostra illimitatamente ciò che è il non-tempo e non-luogo: il persempre".

Si crea un universo di distanze che dialogano tra loro, si illuminano a vicenda.

E arrivo all'ultima domanda: che cosa vuole da noi la poesia?

Per rispondere, possiamo riascoltare alcuni versi di Luzi: "Resta/ nella adiacenza dell'umano/ se non proprio del suo male/ almeno del suo dolore" cercando però — il poeta avverte — di non eclissarsi "nel nulla immemoriale".

E se questo è ciò che la poesia chiede, mi verrebbe da chiudere con l'ultima parte di "Sono abitatrice delle sabbie" di Cecilia Meireles: 

"Dio ti protegga, Cecilia,/ che tutto è mare e niente più".


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Il testo è la lettura svolta dall'autrice a Genova, in occasione del convegno "Per il dopo, per il principio". 



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