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LETTURE/ Luzi, Strand, Cvetaeva: che cosa vuole da noi la poesia?

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Non perderti, non allontanarti dal pensiero, 
non uscire dal desiderio
tanto da non potervi ritornare
e non provarne

mutuamente tu ed io alcuna pena.

Fa' che questo non si avveri.
Non lasciarmi immaginare

un tempo

in cui sia fatta aliena,

musa in ansia, fuggitiva

trattenuta appena.

Resta
nella adiacenza dell'umano
se non proprio del suo male

almeno del suo dolore,

ti prego,

forse non dovrei, ti porta

il tuo respiro

dov'è necessario,

lo voglia o non lo voglia, per te andare.

Va', però non ti eclissare
nel nulla immemoriale,

sia nell'essere certo e incancellabile

che nell'essere tu eri, tu nell'essere sei stata.

(M. Luzi, Non perderti, non allontanarti dal pensiero)

 

È una poesia che di per sé può essere discorso, lezione. Qualsiasi cosa le si aggiunga può sembrare superflua. 

E questo è il mio primo problema: ogni volta che devo preparare un commento su una poesia o una raccolta che amo particolarmente, ho sempre la sensazione di scomodarla; la immagino insofferente con gli occhi fissi su di me mentre pronuncia gli ultimi versi de "L'uomo e il cammello" di Mark Strand: "hai rovinato tutto/ lo hai rovinato per sempre". 



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