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DANTE E FRANCESCO/ Compagni di viaggio: questo mondo non ci basta

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Papa Francesco (Infophoto)  Papa Francesco (Infophoto)

La parte centrale del messaggio evidenzia il legame privilegiato, in termini affettivi ed ermeneutici, instaurato dai predecessori di papa Francesco con la figura e l'opera di Dante: da Benedetto XV a Giovanni Paolo II, da Paolo VI a Benedetto XVI. Il significato di questi rimandi, tutt'altro che accessorio, mette in gioco il concetto di tradizione. L'universalità di Dante, e la sua attualità, l'incisiva presenza della sua voce, si misurano in termini sia orizzontali (sincronici), che verticali (diacronici). Dante colpisce a ogni latitudine, del tempo e dello spazio, e ogni lettore è chiamato a essere protagonista attivo di una dinamica che, tuttavia, non può prescindere dall'apporto dei lettori che ci hanno preceduto. Dialogare con Dante significa, inevitabilmente, dialogare con l'esegesi secolare che delle sue pagine ha investigato la ricchezza e il fascino.

Ed ecco allora che emerge, per pochi accenni, anche il Dante di Francesco: l'idea di Dante che il Sommo Pontefice, con lo stile sobrio e sommesso, delicato ma non remissivo, che gli è proprio, affida alle nostre cure, affinché la sua vicenda e la sua opera «siano nuovamente comprese e valorizzate, anche per accompagnarci nel nostro percorso personale e comunitario». Nuovamente: la sfida è tutta nella responsabilità che questo avverbio porta con sé. Come accade a chiunque sia erede di un tesoro, di un talento, di un carisma. Occorre farne uso nuovamente, con creatività e libertà, per rispondere agli interrogativi del presente, ai bisogni di verità contemporanei. Le letture, e i lettori, del passato, pur eccelsi e sublimi, orientano, ma non bastano. 

Il messaggio papale è sigillato da tre sole citazioni: un'antologia più che selettiva, che — per frammenti — distilla e cristallizza il suggerimento del Pontefice. Se quello di Dante è «paradigma di ogni autentico viaggio», se il poema è specchio di un itinerario che concerne tanto il singolo individuo, quanto la società nel suo insieme, l'attenzione di Francesco ne denuncia l'escursione estrema, immanente e trascendente, con appena due parole: l'Inferno come ferocia, il Paradiso come amore. Inferno è quando gli uomini riducono il creato a spazio di contesa e lotta per la reciproca sopraffazione (cfr. Par. XXII 151); Paradiso, invece, è vivere d'amore, in armonia e felicità, per effetto d'un Amore più grande in cui ogni umano anelito trova pace (Par. XXXIII 145). La terza citazione (da Par. XXIV 145-147) estrae dal poema dantesco la dimensione dentro cui tale metamorfosi è sempre possibile: si chiama fede.

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