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LETTURE/ Il "tempo" di Agostino e la nostra domanda

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Caravaggio, Il sacrificio di Isacco (1603, particolare) (Immagine dal web)  Caravaggio, Il sacrificio di Isacco (1603, particolare) (Immagine dal web)

Si ricorderà il celebre avvio del problema: «Che cos'è dunque il tempo? Se nessuno mi interroga lo so; se volessi spiegarlo a chi mi interroga non lo so» (Conf. XI, 14.17). Il tempo è qualcosa con cui noi abbiamo costantemente a che fare nella nostra esperienza quotidiana, e che continuiamo sempre a misurare, come quando affermiamo di impiegare, trascorrere, perdere, finanche ingannare il tempo... Eppure il tempo, a rigore, non esiste: il passato non esiste più, il futuro non esiste ancora, e lo stesso presente, proprio nel momento in cui lo nominiamo o lo determiniamo, è già transitato: esso è, appunto, un luogo di transito incessante e inarrestabile del futuro nel passato. Ecco il paradosso: noi dunque viviamo e misuriamo qualcosa che non c'è: eppure evidentemente lo misuriamo e ci viviamo dentro. Tutto sta nel capire che tipo di "essere" ha il tempo, in modo da poter essere vissuto e misurato. Il suo essere per Agostino sta nel "presente" del nostro animus («È in te, spirito mio, che misuro il tempo», Conf. XI, 27.36), come una dimensione costitutiva del nostro io cosciente, che da parte sua "esiste" in quanto si "estende" o meglio si "distende" nella memoria (passato), nell'attesa (futuro) e nell'attenzione (presente). Il tempo come distentio animi.

La domanda "che cos'è il tempo?" si trasforma così nella domanda "chi è il tempo?". Il nostro "spirito" è tale da portare in sé i tempi, perché essi sono il modo in cui "accadono" e "trascorrono" le cose lasciando traccia in esso. Non il semplice movimento impersonale della natura, ma un movimento "misurato" dall'io e che nell'io diviene, molto più che passaggio, una vera e propria "storia" (cioè un tempo sensato o direzionato). Qui si comprende che l'eterno non è solo l'opposto, ma l'incrocio del tempo, perché in ogni istante presente ciò che sarebbe destinato inevitabilmente al niente, al dileguarsi nel nulla, viene trattenuto nella memoria e riaperto nell'attesa. Un tempo che, paradossalmente, "permane" nel suo continuo "passare".

Nella lettura di von Herrmann la ricerca agostiniana sul tempo ha un carattere "fenomenologico" innanzitutto nel senso che essa si presenta come la descrizione precisa di un dato dell'esperienza, còlto nel suo genuino manifestarsi nel corso dell'esperienza stessa. Ma per lo studioso tedesco significa anche ritrovare in Agostino un momento "inaugurale" della prospettiva sul tempo aperta dai due più importanti fenomenologi del Novecento, vale a dire Edmund Husserl e Martin Heidegger. 

Su questa base diviene pienamente legittimo, e forse addirittura necessario, ritrovare le tracce agostiniane, non solo come una fonte storica ma anche e soprattutto come una sorta di sorgente, o di faglia, presente nel profondo della filosofia del tempo dei due autori novecenteschi. L'interrogazione agostiniana sulla natura del tempo si rivela allora come la matrice problematica grazie alla quale sia Husserl che Heidegger potranno impostare e sviluppare le loro rispettive ricerche, pur in tutta la differenza che sussiste tra di loro e anche rispetto ad Agostino.



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