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LETTURE/ Il "tempo" di Agostino e la nostra domanda

Caravaggio, Il sacrificio di Isacco (1603, particolare) (Immagine dal web) Caravaggio, Il sacrificio di Isacco (1603, particolare) (Immagine dal web)

Il tempo si determina come "problema" nella misura in cui l'uomo è un ente che domanda, cioè chiede del nesso del suo presente — del suo "ora" — con il suo passato e il suo futuro. Comune ai tre "fenomenologi", è appunto la scoperta che il tempo può emergere nel suo essere peculiare solo nella vita dello "spirito" (Husserl dirà nella pura coscienza soggettiva, e Heidegger parlerà dell'esserci, ossia dell'ente ek-sistente) che, nel presente, ricorda e attende. 

Ma Agostino continua a "inquietare" segretamente l'interpretazione novecentesca della temporalità dell'essere umano. Di fronte alla temporalità husserliana, vista come una dimensione totalmente immanente alla coscienza (intendendo per coscienza il puro regno dei nostri vissuti interiori a cui si può "ridurre" il mondo), o a quella heideggeriana, vista come una dimensione radicalmente trascendente rispetto all'uomo (inteso appunto come l'ente che trascende sempre nel "niente"), Agostino sta a ricordarci che il tempo è il modo in cui l'animo umano vive il suo rapporto con l'essere come un problema aperto, addirittura un «enigma», come pure lo chiama. E questo non nel senso di un'oscurità inesplicabile, ma come invito a comprendere che il tempo lo si spiega in quanto lo si vive; e lo si vive rendendosi conto che il nostro "io" è il luogo in cui l'essere finito del mondo, il suo passare irreversibile, possiede un senso presente, una vera e propria «presenza del presente» che lo custodisce e gli permette ogni volta – ogni istante del tempo – di vivere il suo nesso con il prima e con il dopo. 

La traccia dell'eterno (o meglio, dell'«eterno presente») è forse proprio questa dimensione di memoria e di attesa che ogni istante presente porta con sé.

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Friedrich-Wilhelm von Herrmann, "Agostino e la domanda fenomenologica sul tempo", traduzione italiana di D. Colantuono, a cura di C. Esposito, Edizioni di Pagina, Bari 2015.

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